mercoledì 18 giugno 2014

LA NIGERIA E IL SUO PETROLIO

Nigeria e petrolio, pronti a una nuova "guerra al terrorismo"?

Non per essere cinici, ma col rapimento delle 200 studentesse nigeriane Boko Haram si è in un certo senso aggiudicata il jackpot. Per una milizia islamista che vanta l'ambizione di instaurare un proprio Califfato è un colpo non da poco, che conferisce visibilità e prestigio nell'universo jihadista. Non a caso in meno di una settimana Abubakar Shekau è finito sulle prime pagini di tutti i media internazionali. Ora però deve fare i conti con quella verve occidentale che un terrorista della sua stazza attribuirebbe all'ingenuità di un "kafir" (miscredente). Perché Obama ha raccolto l'appello della consorte, perché Hollande ha paradossalmente compreso che se non riuscirà a guadagnarsi la fiducia della gauche, almeno proverà a tirar su qualche consenso tra i nostalgici della Françafrique. E perché Cameron non ha certo intenzione di restare a guardare i suoi colleghi mentre gli sfilano da sotto il naso quello che per decenni è stato prima un protettorato, e poi una colonia britannica.
Ma l'improvvisa rincorsa all'intervento militare intavolata nei giorni scorsi a Parigi deve spingerci ad aprire una profonda riflessione. Andremo per ordine.

Chi è Boko Haram.
Fondato dall'ormai defunto Mohammed Yusuf nel 2002, nella città di Maiduguri, il Popolo per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e della Jihad, meglio noto in lingua Hausa come Boko Haram (traducibile in "l'educazione occidentale è sacrilega" o "vietata" o "peccato") è un'organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nordest della Nigeria e nota per i diversi attacchi condotti nei confronti della comunità cristiana residente nel Paese. Il movimento, diviso in tre fazioni, è organizzato come una vera e propria setta che mira ad abolire il sistema secolare imponendo la Sharia. Prima che il gruppo divenisse noto internazionalmente dopo le violenze religiose in Nigeria del 2009, non aveva una struttura chiara o una catena di comando evidente.

Secondo fonti statunitensi Boko Haram sarebbe legato indirettamente all'Aqmi, ma ad oggi non vi è alcuna prova di un'intesa tra le due organizzazioni o di un sostegno materiale fornito dalle milizie qadeiste. Il movimento è da sempre ostile all'immaginario collettivo occidentale, ha la consuetudine di esaltare pubblicamente la propria ideologia anche attraverso l'ausilio dei media internazionali, nonostante il suo stesso ex leader Yusuf fosse, dal canto suo, un uomo colto e benestante al quale piaceva viaggiare a bordo di una Mercedes Benz da decine di migliaia di dollari. A metà maggio si è spinto per la prima volta fino ad Abuja, la capitale, sferrando due attacchi dinamitardi costati la vita ad oltre cento persone.

I membri di Boko Haram non godono di alcun sostegno da parte della ummah (comunità musulmana), al contrario, si sono resi protagonisti in passato di numerosi omicidi nei confronti di chiunque criticasse la loro condotta, inclusi alti esponenti islamici. Il quartier generale si trova in un piccolo villaggio lungo il confine con il Niger e negli ultimi anni la cellula islamista ha avviato una campagna di reclutamento di jihadisti provenienti prevalentemente dal Ciad. A gennaio del 2012 Abubakar Shekau è apparso in un video pubblicato su YouTube lasciando intendere di essere il nuovo leader dell'organizzazione.

La donna è guerra.
Perché l'Occidente ha iniziato a valutare un intervento militare in Nigeria proprio ora e non, ad esempio, a febbraio, quando Boko Haram massacrò e bruciò i corpi di 59 studenti di una scuola secondaria a Buni Yadi? John Kerry è stato lapidario, quanto eloquente: "Gli Stati Uniti si erano offerti più volte di aiutare le autorità nigeriane nella lotta al terrorismo, ma abbiamo sempre ricevuto risposte negative".

In realtà il ricorso all'azione per difendere i diritti delle donne ricorda un modello già adottato in passato e in un certo senso familiare alla cultura occidentale. È il caso della guerra in Afghanistan lanciata nel 2001, quando Cherie Blair prima e Laura Bush poi (le rispettive first lady dei due ex capi di Stato britannico e americano) non esitarono a rendere pubblico il loro sostegno al conflitto lanciato dai consorti. Chiesero ai loro compagni di salvare le donne afghane, di liberarle dall'agonia del regime talebano. Il risultato, oggi, è noto a tutti: con milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime, l'Afghanistan resta tra i peggiori Paesi sul pianeta per l'emancipazione e la sopravvivenza femminile. Matrimoni forzati e stupri, anche nei confronti di ragazze minorenni, sono all'ordine del giorno.

Inoltre va sottolineata una certa analogia tra i crimini commessi da Boko Haram, in termini di impatto sulla formazione, e le operazioni anti-terrorismo condotte da Washington nella regione mediorientale. Lo scorso anno uno studio diffuso dalla Stanford University, dal titolo Living Under Drones, ha ben descritto come il programma drone statunitense, negli anni, abbia compromesso l'accesso all'istruzione, ad esempio, tra i bambini pakistani. A seguito della campagna lanciata da Obama sono state centinaia le famiglie che hanno ritirato i propri figli dalle scuole per il timore che fossero colpite dai bombardamenti. Nella fattispecie, delle 270 studentesse rapite all'inizio del mese, va peraltro ricordato che Michelle Obama ha riservato parole di merito nei confronti dell'eroismo di Malala Yousafzai, senza tuttavia menzionare le critiche che Malala in passato non ha mancato di rivolgere nei confronti del marito proprio per la campagna drone avviata in Pakistan. Due pesi e due misure, verrebbe da credere.

L'intervento è possibile.
Sul piano logistico non sarà difficile intervenire in Nigeria per gli Stati Uniti. Anche se Obama ha assicurato che si tratterà solo di una cooperazione di intelligence, vale la pena ricordare che l'Occidente è già saldamente radicato in Africa. Con un profilo diverso dall'Afghanistan e dall'Iraq, ma sul piano logistico centinaia di militari statunitensi sono già impegnati in Niger, dove gli Usa mantengono la loro base per lo stazionamento dei Predator. Il Niger confina a nord proprio con la Nigeria, confina anche con il Mali, recente teatro delle operazioni francesi e anglosassoni, e confina con la Libia, un Paese al collasso alle prese con continui rovesciamenti del potere. Nel 2012, lo stesso Obama ha invocato la "War Powers Resolution" per aumentare il numero dei militari statunitensi dispiegati in Nigeria. La missione Africom, per concludere (esteso United States Africa Command ), è il comando combattente unificato, formalmente attivo dall'ottobre 2008, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono in tutto il continente africano ad esclusione del solo Egitto, di competenza del Central Command; il comando è controllato dal Dipartimento della Difesa ed ha sede presso le Kelley Barracks di Stoccarda (Germania), dov'è dislocata l'Air Force, mentre le unità di Marina e dell'Esercito impiegate nella missione stanziano in Italia, in particolare a Napoli e Vicenza.

Oro nero.
Visti i precedenti, credere che Washington, Parigi e Londra avvieranno un programma militare con l'esclusivo intento di sconfiggere Boko Haram e ristabilire l'equilibrio generale in Nigeria significa peccare di candore. In ballo c'è l'industria petrolifera di un Paese ricco di risorse minerarie e profondamente dilaniato da una storia coloniale e postcoloniale contrassegnata da violenti conflitti interni, spesso legati proprio alla gestione del greggio. Entrando nel campo delle ipotesi non è difficile supporre che gli Usa, investendo l'Eliseo della carica di loro portavoce, abbiano già garantito un sostegno tecnico-logistico al governo di Abuja in cambio di un maggiore controllo del Delta del Niger. Intervenire al Nord per speculare al Sud: un'operazione nella quale chiunque, ragionando per sommatorie, riuscirebbe ad intravedere i precetti del colonialismo moderno. In questo senso il presidente nigeriano Jonathan Goodluck può dare molto agli Stati Uniti. Jonathan appartiene, infatti, agli Ijaw, un’etnia cristiana minoritaria a livello nazionale, ma che rappresenta la maggioranza della popolazione proprio nel Delta e quindi potrebbe porsi come cuscinetto per ammorbidire una possibile reazione negativa dell'opinione pubblica locale ad un intervento militare al Nord, dove Boko Haram mantiene il suo quartier generale.

Gli Ijaw sono anche il gruppo etnico nel quale ha avuto origine il Movement for the emancipation of the Niger Delta (Mend), la formazione ribelle che per anni ha messo a ferro e fuoco la regione e che nel 2011 - assieme alla milizia islamista - si è battuto fortemente per boicottare l'elezione di Jonathan.
I militanti del Mend accusano il governo di accaparrarsi i proventi senza offrire niente in cambio, a parte gli abusi di potere e i danni ambientali causati dall’attività estrattiva di multinazionali come Shell, ExxonMobil, ChevronTexaco, TotalFinaElf, Eni/Agip. Per il governo federale nigeriano, invece, i ribelli sono dei banditi opportunisti che si appropriano delle risorse locali e strumentalizzano la povertà del Delta per contrabbandare il petrolio rubato. Probabilmente entrambi hanno ragione.

Finanziamenti occulti.
In molti si domandano come una milizia non dichiaratamente affiliata ad Al Qaeda riesca ad intraprendere azioni dai risultati terroristici così devastanti. Con ogni probabilità l'universo qaedista contribuisce a finanziare le casse di Boko Haram in cambio della garanzia che il gruppo non tenti di travalicare il proprio territorio, e quindi spingersi verso il Maghreb. Vi sono però altri tipi di introiti, più o meno nascosti, che sembrano provenire proprio dall'Occidente. Nel 2012, il Nigerian Tribune ha parlato di un finanziamento a favore di Boko Haram rintracciato nel Regno Unito e in Arabia Saudita, in particolare proveniente dal Fondo fiduciario Al-Muntada. Già nel 2005 il Center for Security Policy scrisse che l'istituto "è stato particolarmente attivo nella promozione dell’islamismo nella forma wahabita in Nigeria. Al Muntada paga perché ai religiosi nigeriani venga fatto il lavaggio del cervello in università saudite e si impongano ai musulmani tramite la loro rete ben finanziata di scuole e moschee”.

Più o meno come accadde in Pakistan durante la guerra (ormai sempre meno segreta) della Cia contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Allora a finanziare le madrasse fu proprio l’Arabia Saudita, stretto alleato di Washington, e tra il 1982 e il 1992 si stima che furono circa 35.000 i radicali musulmani, di 43 Paesi islamici in Medio Oriente, nel Nord e nell’Est dell’Africa e in Asia Centrale, battezzati dal fuoco dei mujaheddin afghani. Lo stato embrionale dei taliban e di Al Qaeda, per intenderci. Simili accostamenti recentemente hanno coinvolto anche la Nato. Il passaggio si sarebbe registrato durante il conflitto libico, nel 2011, quando l'Alleanza - secondo alcune testimonianze - finanziò le forze ribelli in guerra contro Muammar Gheddafi, le stesse che ancora oggi amministrano gran parte dei governatorati nel Paese ospitando teste calde legate a cellule qaediste. Così come in Afghanistan, anche nel 2011 si è finito quindi per offrire un contributo indiretto all'Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico)

La vera minaccia è la Cina.
Dietro le manovre degli ultimi giorni per un possibile intervento militare in pompa magna di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, c'è sì il petrolio, c'è sì Boko Haram, ma c'è anche un nemico ben più grande da combattere. Sempre sul fronte economico. La Cina non ha mai smentito i suoi interessi verso il Continente nero, anche se tutt'oggi è difficile definire l'entità degli investimenti del Paese asiatico in Africa poichè le informazioni sugli aiuti all'estero fornite dal governo di Pechino sono spesso lacunose. Secondo un'indagine sviluppata nel 2012 dal Centro per lo Sviluppo Globale, una partnership tra diversi college e centri di ricerca americani, il Dragone avrebbe investito oltre 75 miliardi di dollari in cinquanta Paesi africani tra il 2000 e il 2011, in almeno 1700 progetti. L'importanza dell'Africa è stata resa chiara anche dal nuovo presidente cinese. La Tanzania è stata la seconda tappa del viaggio inaugurale di Xi Jinping da capo di Stato, seguita dal Sudafrica, per il vertice con gli altri Paesi Brics e infine il Congo.

Proprio in Tanzania, la Cina aveva sviluppato uno dei suoi primi e più importanti progetti nel continente: la ferrovia che collega il Paese allo Zambia e al porto di Dar Es-Salaam, usato per il trasporto di materie prime. Non sempre però le operazioni di soft power sfociano in una "win-win situation"(mantra caro a Pechino). Le resistenze alla visione di una Cina che entra in Africa senza l'arroganza dei Paesi occidentali si sono infatti fatte sentire, ad esempio, proprio dall'ex governatore della Banca Centrale della Nigeria, Lamido Sanusi, secondo cui dietro la politica cinese in Africa si è ormai sedimentata "l'essenza stessa del colonialismo".

Appare evidente che il governo statunitense e quello francese vogliono assicurarsi che la nuova dirigenza cinese non prosegua le relazioni vantaggiose trattenute in passato. C'è chi si spinge a dire che l'obiettivo della missione Africom sia proprio quello di creare un'altra grande guerra al terrorismo per poi salvaguardare gli interessi nazionali degli americani.

Il FMI.
Nei fatti, in questa lunga battaglia di potere un ruolo sembra lo stia giocando anche il Fondo Monetario Internazionale. Il 1 gennaio del 2012, senza alcun preavviso, il presidente Goodluck Jonathan ha annunciato l’immediata rimozione di tutti i sussidi ai carburanti. In poche ore i prezzi della benzina sono esplosi quasi tre volte, provocando insistenti proteste nel paese. Con una tempistica sospetta, la direttrice generale del Fondo, Christine Lagarde, aveva visitato la Nigeria qualche giorno prima dell’improvvisa iniziativa presidenziale sui sussidi. E lei stessa, subito dopo l'approvazione del provvedimento da parte del governo di Abuja, si spese erroneamente dicendo che la tassa imposta ai cittadini nigeriani sarebbe servita ad eliminare la corruzione nel settore petrolifero statale.
Se il Fmi e la Banca Mondiale fossero davvero stati preoccupati per la salute dell’economia nigeriana avrebbero aiutato a ricostruire e a espandere l’industria locale di raffinazione del petrolio, lasciata invece marcire, in modo tale che il Paese non avrebbe avuto bisogno in futuro di importare carburanti senza ricorrere all'uso di risorse del bilancio statale. La via più facile per farlo sarebbe stato accelerare la messa in opera dell’accordo, risalente a due anni prima, tra la Cina e il governo nigeriano per investire circa 28 miliardi di dollari in una massiccia espansione del settore di raffinamento del greggio.

(Augusto Rubei, blogger)

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