Venti anni fa, sotto la giunta di centro-sinistra, guidata da Francesco Rutelli, nasceva a Roma il primo campo nomadi. Da allora la capitale ha continuato a investire risorse umane ed economiche per spostare le comunità Rom in insediamenti isolati, lontani dal centro della città e miseri, caratterizzati da precarie condizioni igienico-sanitarie, da abitazioni deteriorate e da servizi insufficienti. Nel tempo il sistema si è istituzionalizzato e i costi sono lievitati.
Soltanto nel 2013, il comune di Roma ha speso per la "questione Rom" ben 24 milioni di euro. Un fiume incontrollato di denaro pubblico che non si traduce in benefici di inclusione sociale. La spesa viene fatta ogni anno per i campi nomadi, per i villaggi della solidarietà, per i centri di raccolta e sgomberi.
Per la gestione degli 8 villaggi della solidarietà 16 milioni di euro. Mentre per i 3 centri di raccolta 6 milioni di euro (a via Amarilli la spesa pro capite più alta con 906 euro al mese per ognuno dei 130 abitanti).
Per le 54 azioni di sgombero forzato e un totale di 1200 Rom spostati da un punto all'altro della città invece, 2 milioni di euro.
Un vero e proprio sistema in cui operano ben 35 enti pubblici e privati con un personale di oltre 400 dipendenti, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non con bandi pubblici.
Che dire, un vero business, la loro gestione diventa una miniera d'oro.
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