A livello territoriale, si registra una variazione più evidente di nuovi fallimenti in Abruzzo con un aumento del 67,1% rispetto allo scorso anno, seguono la Liguria e l'Umbria dove si registrano rispettivamente +46,2% e +44,4% fallimenti. In termini assoluti l'incidenza è più elevata in Lombardia dove si sono iscritte, tra gennaio e maggio dell'anno in corso, 1.404 procedure fallimentari (+15,9% rispetto al 2013). Seguono Lazio, Veneto e Campania.
Dite voi che la nostra “classe digerente” mostri qualche preoccupazione per questi dati, che fanno il paio con quelli di Abi relativi all’andamento delle sofferenze bancarie, ossia quei prestiti che mai torneranno nelle casse di chi li ha prestati (secondo l’Associazione delle banche italiane a fine aprile le sofferenze lorde sono salite a 166,4 miliardi, 1,8 miliardi più di marzo, aumentando del 25% su base annua, poco meno del +27,2% di fine marzo, raggiungendo l’8,8% dei prestiti totali, il valore più alto mai toccato dall’ottobre 1998)?
Dovrebbe e dovrebbe essere concentrata giorno e notte a cercare una via d’uscita alla crisi che le cattive scelte politiche europee hanno esacerbato in particolare per un paese come l’Italia che negli anni ha accumulato un debito pubblico “monstre” ampiamente superiore al 130% del suo striminzito Pil (quando le best practices vorrebbero che fosse mantenuto attorno al 60% del medesimo per non correre rischi eccessivi), ma così non sembra essere.
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