Grandi opere pubbliche incompiute. Se davvero il premier Renzi vuole avere un’idea di cosa significhi cominciare un’opera pubblica e non finirla mai dovrebbe farsi un giro in Sicilia, dove gli esempi non mancano, a cominciare da Marsala, dove nel centro del lungomare fa bella mostra di sè l’opera incompiuta per eccellenza del territorio: il “costruendo” Monumento a Garibaldi e ai Mille, del quale si parla dal giorno dopo lo sbarco che diede il via all’Unità d’Italia, nel 1860. I lavori sono cominciati nell’86, e non sono stati mai terminati. Si tratta di una piccola storia, che però è significativa.
Altri esempi non mancano.
A Sciacca lo scandalo è il teatro di cemento progettato da Giuseppe e Alberto Samonà, in attesa di completamento da 36 anni. È costato 25 milioni di euro ma aprirlo costerebbe 500 mila euro.
Vicino Sciacca, a Siculiana, c’è un viadotto che finisce in cielo. E’ stato costruito alla fine degli Anni 80 per collegare la stazione ferroviaria (a servizio di una linea ormai dismessa a scartamento ridotto tra Agrigento e Castelvetrano) alla città senza attraversare la Statale 115. Il primo lotto è costato sei miliardi di lire. Il Comune nell’ultimo Prg aveva proposto di riqualificarlo facendone una sorta di giardino pensile, progetto che però la Regione ha cassato.
Capitale dell’incompiuto è Giarre: nove le opere rimaste a metà, dal teatro comunale al parcheggio pluripiano senza uscita fino alla piscina olimpionica inutilizzabile perché lunga 49 metri anziché 50, o al campo da polo da 20 mila posti, o la pista per le macchine radiocomandate. È stato calcolato uno spreco di 50 milioni.
Ancora, la diga Blufi e l’invaso Pietrarossa: dovevano risolvere i problemi dell’agricoltura ma si sono rivelati uno spreco di centinaia di milioni di euro che hanno “prosciugato” Stato e Regione. L’invaso di Blufi, sulle Madonie, doveva distribuire 22 milioni di metri cubi d’acqua alle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna E’ costato circa 260 milioni di euro dal 1989 a oggi, La diga di Pietrarossa, al confine fra il Calatino e l’Ennese. E’ completa al 95% con 70 milioni di euro spesi, ma i lavori sono fermi dal 1997; rimpallo di responsabilità fra Regione e Soprintendenza, scontri fra agricoltori e ambientalisti. Si parla di un invaso da 35 milioni di metri cubi.
La bretella che doveva collegare i monti Iblei alla Ragusa-Catania, è perfetta, c’è il guardrail, la segnaletica laterale, le strisce sull’asfalto. Ma, subito dopo la curva panoramica, la grande sorpresa è che s’interrompe all’improvviso. Su un muretto di terra. Quattro miliardi spesi, tutto fermo dal 1990.
E poi c’è la madre di tutte le opere incompiute: Il “Ponte sullo Stretto”, che non si farà mai. Sarebbe costato, secondo stime del 2004, quando il Governo Berlusconi annunciò la ripresa dei lavori, 4,6 miliardi di euro. Sono stati spesi per sole spese di progettazione, consulenze, attività varie, 350 milioni di euro. Il Ponte sullo Stretto richiama da vicino la vicenda del Mose, la grande opera per salvare Venezia dall’acqua alta, dietro la cui realizzazione si nasconde un giro di tangenti niente male. Ma il Mose quanto meno si sta facendo. Il Ponte sullo Stretto non si farà mai, è costato 350 milioni di euro solo in spese di progettazione, servizi e consulenze, e viene da chiedersi se non sia il caso di capire, voce per voce, come siano stati spesi tutti questi soldi pubblici.
Sono 150 i cantieri di opere pubbliche mai terminate in Sicilia, oltre la metà dei 395 incompleti in tutta Italia, secondo i dati forniti dal governo Renzi. Una cifra, quella siciliana, che corrisponde cosiddetta “Anagrafe delle Opere Incompiute” della Regione: 152 per la precisione. Dentro c’è un po’ di tutto. Centinaia di alloggi popolari, strade, fognature, depuratori, zone artigianali, scuole, ospizi, impianti sportivi, messa in sicurezza di quartieri dei centri storici. Un totale di 335,5 milioni già bruciati, ne servirebbero altri 216,3 per ultimare i lavori.
In Sicilia tra l’altro la situazione è così tragica che c’è un doppio elenco. Quello delle opere pubbliche incompiute, e quello delle opere incompiute così vecchie da non trovare più i fascicoli di riferimento nelle stanze dei Comuni o alla Regione. E sono altre 150, risalenti agli anni 70 e ‘80, talmente vecchie che ormai non si trovano più nemmeno i progetti originari. Tra l’altro il censimento riguarda solo Comuni, Province, Iacp e Consorzi Asi. Non ci sono enti regionali, Asp e aziende ospedaliere
Ma cosa blocca i lavori? Ci sono centinaia di contenziosi con le imprese, mancanza di fondi per completare l’opera, lavori aggiudicati e mai consegnati, ditte fallite prima di iniziare i lavori; calamità natural (come la strada comunale Calatafimi Segesta-Bosco Angimbè) problemi giudiziari.
mercoledì 25 giugno 2014
LA SUCCURSALE DEL MOSE
Sacaim, la società che si è aggiudicata l’appalto per la realizzazione delle paratie di Como, ha inviato a Palazzo Cernezzi una nuova tranche di riserve, ovvero la richiesta di pagamento di quegli oneri e costi non concordati nel contratto. Un conto che rischia di essere salatissimo per le casse del Comune: 11 milioni di euro. Il sindaco Mario Lucini ieri pomeriggio ha confermato il dato a La Provincia, poi - in serata - ha informato i consiglieri comunali in aula. Questa nuova richiesta della Sacaim rischia di andare a sommarsi ai 31 milioni di euro di costi preventivati per la conclusione del progetto.
«Il progetto lungolago è stato fin dalla sua prima stesura frutto di una visione distorta della gestione del bacino del Lario — commentano amaramente gli esponenti di Paco-Sel, che hanno espresso il loro sostegno a Mario Lucini – molti soldi sono stati spesi e altri dovranno essere destinati al completamento dei lavori, e certamente non sono imputabili presunti sprechi al medico che, pazientemente, cerca di guarire una gravissima ferita inferta al cuore della città».
Già un paio di anni fa, dopo che i lavori si interruppero una prima volta per abbattere il famigerato muro pensato per difendere la città dalle piene impedendo però a residenti e turisti di ammirare il lago, il colosso delle costruzioni membro del Consorzio per il Mose, avanzò pretese per 14 milioni di euro, poi ridotte in sede di arbitrato a poco meno di un quinto. Le riserve questa volta comprendono i periodi di fermo cantiere e le numerose modifiche subite negli ultimi quattro anni dal progetto. Da quando cioè ci si è accorti che non solo le chiuse previste dalla legge Valtellina erano antiestetiche, ma addirittura che potevano essere controproducenti per il centro storico. Per colpa del peso delle paratie stagne e delle grandi vasche ermetiche costruite sotto il livello della passeggiata rischiavano infatti di sprofondare i palazzi e gli hotel di lusso del lungolago.
Rischia di farsi ancor più salato il conto per la sistemazione del lungolago di Como, dopo che l’azienda incaricata dei lavori, la veneziana Sacaim, ha presentato nuove riserve per oltre 11 milioni di euro. Una brutta tegola piovuta in questi giorni sulla testa del sindaco, Mario Lucini, che avrebbe gradito festeggiare il giro di boa del suo mandato almeno con la ripresa dei lavori. Invece i comaschi dovranno pazientare, se tutto andrà bene, fino al prossimo autunno, nell’attesa che azienda e Comune riescano a trovare un accordo. «È prassi quando si affrontato progetti così complessi che le aziende approfittino dei passaggi formali per avanzare le loro richieste – chiarisce il primo cittadino – ciò non significa che debbano essere accettati in toto. I nostri uffici vaglieranno il documento che Sacaim ha prodotto e faremo le nostre controdeduzioni».
«Un po’ come alzare il bordo di un catino – avevano spiegato i geologi che avevano investigato sul fenomeno della subsidenza del centro storico – l’acqua del lago non entra ma non può neppure defluire quella della convalle. Così il terreno della Città Murata diventa instabile e i palazzi vecchi di secoli sprofondano». Un tema che indigna i comaschi e infiamma lo scontro politico, mentre il centrodestra artefice delle paratie e oggi all’opposizione incalza il sindaco per chiedergli di non stravolgere il progetto.
IL GRANDE BLUFF DELLA RIFORMA DELLA P.A.
La tanto attesa e quanto mai auspicata, riforma della Pubblica Amministrazione, annunciata con tanto di roboanti proclami da Renzi e i suoi, è stata avviata. Il problema, è che il D.L. discusso lo scorso 13 giugno – almeno nelle battute iniziali – si è dimostrata solo un grande bluff e null’altro che l’ennesimo, il più duro sinora mai sferrato, attacco del governo ai dipendenti pubblici ed al sindacato, ultimo baluardo difensivo per milioni di lavoratori. Tutto sembra, tranne che un riforma costruttiva e innovativa.
Ad affermarlo, senza tentennamenti e infingimenti, Paola Saraceni, Segretario Generale del Dipartimento Ministeri-Sicurezza e P.C.M. di Cisal Fpc. Non vi è dubbio – come da noi della Cisal più volte dichiarato e richiesto – che c’era e c’è ancora l’urgente necessità di eliminare tanta burocrazia in eccesso esistente, per realizzare quella che abbiamo definito l’azienda Italia in grado di produrre, finalmente ricchezza; il problema serio è che, invece, con il D.L. presentato dal duo Renzi –Madia, non un centesimo di sprechi viene tagliato, ma si compie l’ennesimo saccheggio a danno dei pubblici dipendenti, delle loro famiglie e di quel sistema, il sindacato, che fino ad oggi, bene o male, ha svolto il ruolo di mediatore e di cuscinetto.
Se è vero, com’è vero, che tutti gli italiani – sia quelli che ne fanno parte, sia quelli che pur non facendone parte, in qualche modo hanno a che fare con essa, in sintesi tutto o quasi il popolo italiano – attendevano con curiosità ed interesse quella che era stata annunciata come la riforma delle riforme; quella profonda rivisitazione della macchina burocratica statale che grazie ad un abile manovra portasse l’Italia fuori dalle sabbie mobili della recessione socio-economica, è altrettanto vero che quando contenuto nel D.L. discusso venerdì 13 giugno dal Consiglio dei Ministri, tutto è tranne che una buona riforma.
Invece di programmare lo smantellamento di tutto quanto oggi appesantisce la burocrazia e invece di andare a tagliare laddove esistono i veri sperperi (consulenze esterne, pensioni d’oro e baby pensioni ai politici, eccessivo costo del sistema politico, elevato numero di politici a tutti i livelli istituzionali, grandi carrozzoni di parcheggio per ex politici e/o amici e parenti di questi, quali le società a partecipazione statale ed Enti inutili, autority varie, ecc…), per gettare fumo negli occhi e dare la parvenza di fare dei buoni cambiamenti, i nostri governanti hanno pensato bene, dopo accurata ed ampia campagna denigratoria e diffamatoria, di andare a colpire quei lavoratori, un tempo ceto medio ed ora nuovi poveri.
Per completare l’opera e per spegnerne ogni tentativo di rimostranza, hanno progettato l’estinzione – o quanto meno la drastica riduzione – di chi fino ad oggi li ha difesi. Si parla dell’eliminazione della possibilità di trattenersi in servizio oltre l’età pensionabile – condivisibile in linea di massima – allo scopo di ottenere nuovi posti di lavoro, senza sapere quali le risorse economiche derivanti da ciò e soprattutto se realmente queste risorse ci saranno. Spacciando la cosa per innovazione, si annuncia attuazione della mobilità – entro determinata distanza km – dei pubblici dipendenti senza il preventivo nulla osta e senza necessità di accettazione, omettendo volutamente e furbescamente di dire che tale Istituto esisteva già ma che la P.A. lo ha sempre bloccato esercitando il potere di veto ed impedendo ai lavoratori di spostarsi – pur nel rispetto delle necessità di entrambe le parti – da un’Amministrazione all’altra.
Adottando la mossa-correttivo degli 80euro – prosegue Paola saraceni – si è solo tentato di gettare un po’ di fumo negli occhi ai tanti che, un tempo ceto medio, ora non ce la fanno più a pagare le bollette e a far mangiare dignitosamente i propri figli. E’ chiaro che questo passo – afferma ancora la Saraceni – come noi della Cisal abbiamo più volte affermato, non può che costituire punto di partenza , non certo di arrivo. Un adeguamento verso l’alto degli stipendi di chi, se non ha dei risparmi di famiglia è oramai sulla soglia della povertà. Si parla, ancora, di riforma frutto di ampia condivisione, grazie all’adozione di un canale di dialogo con i cittadini via e-mail. Altra mossa propagandistica. Anche in questo caso, volutamente, si è omesso di dire che le 40mila mail ricevute non rappresentano altro che l’1,20% circa dei lavoratori pubblici e che pertanto non ne possono rappresentare un campione adeguatamente rappresentativo (40mila su oltre 3milioni e 200mila).
Si tagliano del 50% i distacchi e permessi sindacali, impedendo di fatto in tal modo ai sindacai di operare e rappresentare i lavoratori, relegandoli quindi ad un ruolo meramente formale, adducendo come motivazione la necessità di ridurre i privilegi. Il ministro Madia, dimostrando un’abilità ed un modo di fare tipico della “vecchia politica”, a dispetto della sua giovane età, cerca di far melina e confondere le acque affermando tutto ciò può tornare utile a questo insensato progetto di riforma. Afferma, ad esempio, che a chiedere la riduzione dei permessi sindacali siano stati tutti gli italiani. Ma come mai, in tantissimi altri casi, le richieste dei cittadini italiani, il popolo che li ha eletti e che essi dovrebbero rappresentare, non sono state neanche lontanamente considerate? Sono molte le cose richieste, da una più attenta politica di sostegno al reddito (per chi ancora ne ha uno); un rilancio dell’economia; un abbattimento del cuneo fiscale al fine di ottenere più soldi intasca, rilancio dei consumi e quindi dell’occupazione; una maggiore facilità di accesso al credito; riduzione delle spese della politica in generale e dei partiti; ad un stop alle esternalizzazioni dei servizi pubblici e ad un taglio delle costosissime consulenze esterne a tutto danno delle tante valide professionalità interne alla P.A..
Ed ancora, riduzione (quando non eliminazione) degli innumerevoli privilegi, tra i quali i 20mila euro (o cifre similari) al mese oltre benefit, di cui godono i parlamentari e molti altri politici. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Guarda caso, sorvolando con disinvoltura, a tutto ciò non si fa alcun riferimento. In risposta a tutto ciò, il governo attuale, come i precedenti, cosa hanno fatto? Ben poco o nulla. Tant’è che esiste ancora una spesa di oltre un miliardo l’anno di cui circa 600mila euro causata dalle regioni e dagli altri Enti locali, che è ben lungi dall’essere tagliata. Per tappare la bocca a buona parte degli italiani che chiedevano condizioni economiche più favorevoli e salari dignitosi o un lavoro per chi (diversi milioni, molti dei quali giovani o giovanissimi) ancora non ce l’ha e neanche intravede la possibilità di averlo, non si è saputo fare di meglio che andare a tagliare laddove da tagliare non c’era niente.
Tutti i lavoratori – quegli italiani, e tra questi quelli pubblici, che ancora hanno la fortuna di averlo un lavoro – non hanno il diritto di essere rappresentati e, se occorre, difesi? Non è forse questo un diritto sancito dalla Costituzione che un Paese democratico dovrebbe tutelare e rispettare? O forse di democratico, di questi tempi, in Italia non c’è rimasto più niente, tranne il nome “vuoto e privo di contenuti” di un partito? Ci auguriamo – prosegue la dirigente sindacale – che i nostri politici vogliano tenere nella debita considerazione quanto rappresentato dalla Cisal, nell’interesse primario del funzionamento dell’azienda Stato e nel comune intento di ridurre significativamente l’enorme distanza, oggi esistente, tra i cittadini e le Istituzioni. Per raggiungere tale obiettivo, siamo disponibili, ancora oggi come in passato, a fornire la nostra piena collaborazione affinchè di concerto con le varie forze politiche e parlamentari si trovi una soluzione condivisa, per il bene dei lavoratori tutti e del Paese.
Ciò non toglie – conclude la Saraceni – che qualora questo sfrontato attacco del governo ai lavoratori pubblici ed alla democrazia più in generale dovesse continuare, la Cisal non esiterà ad attuare, se del caso anche di concerto con altre forse sociali, tutte le possibili iniziative idonee a rivendicare i diritti dei lavoratori, ivi compresa la tutela sindacale.
Ad affermarlo, senza tentennamenti e infingimenti, Paola Saraceni, Segretario Generale del Dipartimento Ministeri-Sicurezza e P.C.M. di Cisal Fpc. Non vi è dubbio – come da noi della Cisal più volte dichiarato e richiesto – che c’era e c’è ancora l’urgente necessità di eliminare tanta burocrazia in eccesso esistente, per realizzare quella che abbiamo definito l’azienda Italia in grado di produrre, finalmente ricchezza; il problema serio è che, invece, con il D.L. presentato dal duo Renzi –Madia, non un centesimo di sprechi viene tagliato, ma si compie l’ennesimo saccheggio a danno dei pubblici dipendenti, delle loro famiglie e di quel sistema, il sindacato, che fino ad oggi, bene o male, ha svolto il ruolo di mediatore e di cuscinetto.
Se è vero, com’è vero, che tutti gli italiani – sia quelli che ne fanno parte, sia quelli che pur non facendone parte, in qualche modo hanno a che fare con essa, in sintesi tutto o quasi il popolo italiano – attendevano con curiosità ed interesse quella che era stata annunciata come la riforma delle riforme; quella profonda rivisitazione della macchina burocratica statale che grazie ad un abile manovra portasse l’Italia fuori dalle sabbie mobili della recessione socio-economica, è altrettanto vero che quando contenuto nel D.L. discusso venerdì 13 giugno dal Consiglio dei Ministri, tutto è tranne che una buona riforma.
Invece di programmare lo smantellamento di tutto quanto oggi appesantisce la burocrazia e invece di andare a tagliare laddove esistono i veri sperperi (consulenze esterne, pensioni d’oro e baby pensioni ai politici, eccessivo costo del sistema politico, elevato numero di politici a tutti i livelli istituzionali, grandi carrozzoni di parcheggio per ex politici e/o amici e parenti di questi, quali le società a partecipazione statale ed Enti inutili, autority varie, ecc…), per gettare fumo negli occhi e dare la parvenza di fare dei buoni cambiamenti, i nostri governanti hanno pensato bene, dopo accurata ed ampia campagna denigratoria e diffamatoria, di andare a colpire quei lavoratori, un tempo ceto medio ed ora nuovi poveri.
Per completare l’opera e per spegnerne ogni tentativo di rimostranza, hanno progettato l’estinzione – o quanto meno la drastica riduzione – di chi fino ad oggi li ha difesi. Si parla dell’eliminazione della possibilità di trattenersi in servizio oltre l’età pensionabile – condivisibile in linea di massima – allo scopo di ottenere nuovi posti di lavoro, senza sapere quali le risorse economiche derivanti da ciò e soprattutto se realmente queste risorse ci saranno. Spacciando la cosa per innovazione, si annuncia attuazione della mobilità – entro determinata distanza km – dei pubblici dipendenti senza il preventivo nulla osta e senza necessità di accettazione, omettendo volutamente e furbescamente di dire che tale Istituto esisteva già ma che la P.A. lo ha sempre bloccato esercitando il potere di veto ed impedendo ai lavoratori di spostarsi – pur nel rispetto delle necessità di entrambe le parti – da un’Amministrazione all’altra.
Adottando la mossa-correttivo degli 80euro – prosegue Paola saraceni – si è solo tentato di gettare un po’ di fumo negli occhi ai tanti che, un tempo ceto medio, ora non ce la fanno più a pagare le bollette e a far mangiare dignitosamente i propri figli. E’ chiaro che questo passo – afferma ancora la Saraceni – come noi della Cisal abbiamo più volte affermato, non può che costituire punto di partenza , non certo di arrivo. Un adeguamento verso l’alto degli stipendi di chi, se non ha dei risparmi di famiglia è oramai sulla soglia della povertà. Si parla, ancora, di riforma frutto di ampia condivisione, grazie all’adozione di un canale di dialogo con i cittadini via e-mail. Altra mossa propagandistica. Anche in questo caso, volutamente, si è omesso di dire che le 40mila mail ricevute non rappresentano altro che l’1,20% circa dei lavoratori pubblici e che pertanto non ne possono rappresentare un campione adeguatamente rappresentativo (40mila su oltre 3milioni e 200mila).
Si tagliano del 50% i distacchi e permessi sindacali, impedendo di fatto in tal modo ai sindacai di operare e rappresentare i lavoratori, relegandoli quindi ad un ruolo meramente formale, adducendo come motivazione la necessità di ridurre i privilegi. Il ministro Madia, dimostrando un’abilità ed un modo di fare tipico della “vecchia politica”, a dispetto della sua giovane età, cerca di far melina e confondere le acque affermando tutto ciò può tornare utile a questo insensato progetto di riforma. Afferma, ad esempio, che a chiedere la riduzione dei permessi sindacali siano stati tutti gli italiani. Ma come mai, in tantissimi altri casi, le richieste dei cittadini italiani, il popolo che li ha eletti e che essi dovrebbero rappresentare, non sono state neanche lontanamente considerate? Sono molte le cose richieste, da una più attenta politica di sostegno al reddito (per chi ancora ne ha uno); un rilancio dell’economia; un abbattimento del cuneo fiscale al fine di ottenere più soldi intasca, rilancio dei consumi e quindi dell’occupazione; una maggiore facilità di accesso al credito; riduzione delle spese della politica in generale e dei partiti; ad un stop alle esternalizzazioni dei servizi pubblici e ad un taglio delle costosissime consulenze esterne a tutto danno delle tante valide professionalità interne alla P.A..
Ed ancora, riduzione (quando non eliminazione) degli innumerevoli privilegi, tra i quali i 20mila euro (o cifre similari) al mese oltre benefit, di cui godono i parlamentari e molti altri politici. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Guarda caso, sorvolando con disinvoltura, a tutto ciò non si fa alcun riferimento. In risposta a tutto ciò, il governo attuale, come i precedenti, cosa hanno fatto? Ben poco o nulla. Tant’è che esiste ancora una spesa di oltre un miliardo l’anno di cui circa 600mila euro causata dalle regioni e dagli altri Enti locali, che è ben lungi dall’essere tagliata. Per tappare la bocca a buona parte degli italiani che chiedevano condizioni economiche più favorevoli e salari dignitosi o un lavoro per chi (diversi milioni, molti dei quali giovani o giovanissimi) ancora non ce l’ha e neanche intravede la possibilità di averlo, non si è saputo fare di meglio che andare a tagliare laddove da tagliare non c’era niente.
Tutti i lavoratori – quegli italiani, e tra questi quelli pubblici, che ancora hanno la fortuna di averlo un lavoro – non hanno il diritto di essere rappresentati e, se occorre, difesi? Non è forse questo un diritto sancito dalla Costituzione che un Paese democratico dovrebbe tutelare e rispettare? O forse di democratico, di questi tempi, in Italia non c’è rimasto più niente, tranne il nome “vuoto e privo di contenuti” di un partito? Ci auguriamo – prosegue la dirigente sindacale – che i nostri politici vogliano tenere nella debita considerazione quanto rappresentato dalla Cisal, nell’interesse primario del funzionamento dell’azienda Stato e nel comune intento di ridurre significativamente l’enorme distanza, oggi esistente, tra i cittadini e le Istituzioni. Per raggiungere tale obiettivo, siamo disponibili, ancora oggi come in passato, a fornire la nostra piena collaborazione affinchè di concerto con le varie forze politiche e parlamentari si trovi una soluzione condivisa, per il bene dei lavoratori tutti e del Paese.
Ciò non toglie – conclude la Saraceni – che qualora questo sfrontato attacco del governo ai lavoratori pubblici ed alla democrazia più in generale dovesse continuare, la Cisal non esiterà ad attuare, se del caso anche di concerto con altre forse sociali, tutte le possibili iniziative idonee a rivendicare i diritti dei lavoratori, ivi compresa la tutela sindacale.
martedì 24 giugno 2014
LA LEGA E IL FRONT NATIONAL SENZA GRUPPO
Il leader degli euroscettici olandese del Pvv Geert Wilders ha confermato il fallimento del tentativo di Marine Le Pen di costituire un secondo gruppo di euroscettici all'Europarlamento. "Sfortunatamente non siamo riusciti a formare un gruppo insieme ad altri sei partiti", ha detto Wilders all'agenzia Anp. "Il Pvv voleva veramente formare un gruppo, ma non ad ogni costo" ha aggiunto Wilders, additando il partito polacco Knp, accusato di antisemitismo e che vuole abolire il voto alle donne.
Marine Le Pen non è riuscita a convincere i partiti di 7 diversi paesi, il minimo richiesto (oltre al numero di 25 eurodeputati), per formare il secondo gruppo euroscettico all' Europarlamento. Finiscono così tra i 'non iscritti' i 24 deputati del Front National francese, i 5 della Lega Nord, oltre agli olandesi del Pvv, agli austriaci del Fpo ed ai belgi del Vlaams Belang.
Il termine ultimo per la formazione dei gruppi scade proprio oggi e al fallimento del tentativo Le Pen sarebbe stata decisiva la defezione di Angel Dschambaski, rappresentante del VMRO, il Movimento nazionalista bulgaro, il cui sì era atteso entro domenica sera e invece non è arrivato. Dschambaski, secondo indiscrezioni, avrebbe condotto trattative parallele con l'ECR, il gruppo dei conservatori.
I 23 eurodeputati del Front National che ha trionfato in Francia, i 5 della Lega - compreso il segretario Matteo Salvini - ma anche i 4 del Pvv Geert Wilders seconda forza in Olanda, i 5 austriaci del Fpo di Strache, primo in Austria, ed i belgi del Vlaams Belang saranno dunque costretti a cominciare la legislatura tra i 'non iscritti', condizione che al Parlamento europeo equivale a quella di parlamentari di serie B: esclusi dalla distribuzione proporzionale delle cariche e dei dossier, contributi solo a titolo personale non per l'attività politica di gruppo, tempo di parola limitatissimo, necessità di 40 controfirme anche semplicemente per presentare un emendamento. Senza contare che tra i 'non iscritti' ci saranno i neonazisti greci di Alba Dorata e quelli tedeschi dello Npd nonchè gli antisemiti ungheresi di Jobbik.
Marine Le Pen non è riuscita a convincere i partiti di 7 diversi paesi, il minimo richiesto (oltre al numero di 25 eurodeputati), per formare il secondo gruppo euroscettico all' Europarlamento. Finiscono così tra i 'non iscritti' i 24 deputati del Front National francese, i 5 della Lega Nord, oltre agli olandesi del Pvv, agli austriaci del Fpo ed ai belgi del Vlaams Belang.
Il termine ultimo per la formazione dei gruppi scade proprio oggi e al fallimento del tentativo Le Pen sarebbe stata decisiva la defezione di Angel Dschambaski, rappresentante del VMRO, il Movimento nazionalista bulgaro, il cui sì era atteso entro domenica sera e invece non è arrivato. Dschambaski, secondo indiscrezioni, avrebbe condotto trattative parallele con l'ECR, il gruppo dei conservatori.
I 23 eurodeputati del Front National che ha trionfato in Francia, i 5 della Lega - compreso il segretario Matteo Salvini - ma anche i 4 del Pvv Geert Wilders seconda forza in Olanda, i 5 austriaci del Fpo di Strache, primo in Austria, ed i belgi del Vlaams Belang saranno dunque costretti a cominciare la legislatura tra i 'non iscritti', condizione che al Parlamento europeo equivale a quella di parlamentari di serie B: esclusi dalla distribuzione proporzionale delle cariche e dei dossier, contributi solo a titolo personale non per l'attività politica di gruppo, tempo di parola limitatissimo, necessità di 40 controfirme anche semplicemente per presentare un emendamento. Senza contare che tra i 'non iscritti' ci saranno i neonazisti greci di Alba Dorata e quelli tedeschi dello Npd nonchè gli antisemiti ungheresi di Jobbik.
sabato 21 giugno 2014
FALLIMENTO ITALIA
Oltre 1.200 fallimenti al mese: è il bilancio dei primi cinque mesi del 2014 che ha visto crescere in Italia le procedure fallimentari del +18,9% rispetto allo stesso periodo del 2013. Vale a dire che da gennaio a maggio 6.342 imprese sono entrate in fallimento. E' quanto emerge da una elaborazione dell'Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Registro Imprese.
A livello territoriale, si registra una variazione più evidente di nuovi fallimenti in Abruzzo con un aumento del 67,1% rispetto allo scorso anno, seguono la Liguria e l'Umbria dove si registrano rispettivamente +46,2% e +44,4% fallimenti. In termini assoluti l'incidenza è più elevata in Lombardia dove si sono iscritte, tra gennaio e maggio dell'anno in corso, 1.404 procedure fallimentari (+15,9% rispetto al 2013). Seguono Lazio, Veneto e Campania.
A livello territoriale, si registra una variazione più evidente di nuovi fallimenti in Abruzzo con un aumento del 67,1% rispetto allo scorso anno, seguono la Liguria e l'Umbria dove si registrano rispettivamente +46,2% e +44,4% fallimenti. In termini assoluti l'incidenza è più elevata in Lombardia dove si sono iscritte, tra gennaio e maggio dell'anno in corso, 1.404 procedure fallimentari (+15,9% rispetto al 2013). Seguono Lazio, Veneto e Campania.
Dite voi che la nostra “classe digerente” mostri qualche preoccupazione per questi dati, che fanno il paio con quelli di Abi relativi all’andamento delle sofferenze bancarie, ossia quei prestiti che mai torneranno nelle casse di chi li ha prestati (secondo l’Associazione delle banche italiane a fine aprile le sofferenze lorde sono salite a 166,4 miliardi, 1,8 miliardi più di marzo, aumentando del 25% su base annua, poco meno del +27,2% di fine marzo, raggiungendo l’8,8% dei prestiti totali, il valore più alto mai toccato dall’ottobre 1998)?
Dovrebbe e dovrebbe essere concentrata giorno e notte a cercare una via d’uscita alla crisi che le cattive scelte politiche europee hanno esacerbato in particolare per un paese come l’Italia che negli anni ha accumulato un debito pubblico “monstre” ampiamente superiore al 130% del suo striminzito Pil (quando le best practices vorrebbero che fosse mantenuto attorno al 60% del medesimo per non correre rischi eccessivi), ma così non sembra essere.
giovedì 19 giugno 2014
DEMARCAZIONE IN BRASILE
Durante la cerimonia di apertura della Coppa del Mondo, uno dei 3 ragazzi brasiliani incaricati di liberare le colombe bianche, ha approfittato dell’occasione unica per sventolare uno striscione con scritto “Demarcazione subito!” Il suo coraggioso atto è stato prontamente censurato dalle telecamere TV, e non è stato trasmesso, ma ne rimane comunque una foto, che vi preghiamo di diffondere. Il padre del ragazzo, lo scrittore guarani Olívio Jekupe, ha dichiarato: “Mio figlio ha dimostrato al mondo che non siamo immobili… ha denunciato al mondo quello di cui abbiamo davvero bisogno: la demarcazione delle nostre terre.”
"Per noi indigeni, l'unico gol che conta è la demarcazione delle nostre terre": questa la dichiarazione di Sonia Guajajara, coordinatrice dell’associazione che riunisce i popoli indigeni del Brasile, dopo l'incontro avuto a fine maggio con i Presidenti di Camera e Senato. Ancora una volta i politici avevano promesso di agire a loro favore, ma trascorsi più di 10 giorni, non si vedono risultati concreti. Anzi, di fronte al fallimento dei cosiddetti "tavoli di dialogo", il ministro Cardozo ha adottato un termine giuridico/politico "ajuste de direitos" (sistemazione dei diritti), che in pratica riduce la terra della comunità Guarani del Mato Preto, da 4.000 a 600 ettari. In caso di rifiuto della proposta, la situazione resterebbe invariata. Chiamati a scegliere, i Guarani del Mato Preto sono ben consapevoli di cosa significherebbe questo per la loro vita e quindi non sono daccordo.
Secondo la nota inviata a Fides dal CIMI (Consiglio Indigenista Missionario), non è la prima volta che si cercano di calpestare i diritti degli indigeni e di espropriarli dalle loro terre. “Questa è una pratica coloniale di cinque secoli” afferma il comunicato, cambiano solo i nomi dei protagonisti, che non hanno scrupoli o preoccupazioni riguardo ai diritti umani, alla giustizia, alle reazioni degli indigeni, solo la forza prevale e si impone lo stato d'ingiustizia.
Per questo motivo, i gruppi indigeni hanno minacciato di farsi sentire durante lo svolgimento dei Mondiali di calcio. Secondo le ultime notizie, hanno già proposto mobilitazioni in 3 stati dove si svolgono le partite: Sao Paulo, Paraná e Rio Grande do Sul. Sempre dalla nota del CIMI si apprende che altri gruppi per la difesa dei diritti umani si sono offerti per sostenere la causa con manifestazioni nel paese.
"Per noi indigeni, l'unico gol che conta è la demarcazione delle nostre terre": questa la dichiarazione di Sonia Guajajara, coordinatrice dell’associazione che riunisce i popoli indigeni del Brasile, dopo l'incontro avuto a fine maggio con i Presidenti di Camera e Senato. Ancora una volta i politici avevano promesso di agire a loro favore, ma trascorsi più di 10 giorni, non si vedono risultati concreti. Anzi, di fronte al fallimento dei cosiddetti "tavoli di dialogo", il ministro Cardozo ha adottato un termine giuridico/politico "ajuste de direitos" (sistemazione dei diritti), che in pratica riduce la terra della comunità Guarani del Mato Preto, da 4.000 a 600 ettari. In caso di rifiuto della proposta, la situazione resterebbe invariata. Chiamati a scegliere, i Guarani del Mato Preto sono ben consapevoli di cosa significherebbe questo per la loro vita e quindi non sono daccordo.
Secondo la nota inviata a Fides dal CIMI (Consiglio Indigenista Missionario), non è la prima volta che si cercano di calpestare i diritti degli indigeni e di espropriarli dalle loro terre. “Questa è una pratica coloniale di cinque secoli” afferma il comunicato, cambiano solo i nomi dei protagonisti, che non hanno scrupoli o preoccupazioni riguardo ai diritti umani, alla giustizia, alle reazioni degli indigeni, solo la forza prevale e si impone lo stato d'ingiustizia.
Per questo motivo, i gruppi indigeni hanno minacciato di farsi sentire durante lo svolgimento dei Mondiali di calcio. Secondo le ultime notizie, hanno già proposto mobilitazioni in 3 stati dove si svolgono le partite: Sao Paulo, Paraná e Rio Grande do Sul. Sempre dalla nota del CIMI si apprende che altri gruppi per la difesa dei diritti umani si sono offerti per sostenere la causa con manifestazioni nel paese.
mercoledì 18 giugno 2014
UKRAINE CRISIS
Beaten and threatened: the 'Donetsk People's Republic' turns on city's priests. Pro-Russian rebels in eastern Ukraine have declared their loyalty to Orthodoxy - and all other faiths are suspect.
Praying for peace can be a dangerous endeavour for Christians in Donetsk, especially if they happen not to follow the Russian Orthodox Church.
The self-declared “People’s Republic”, which controls this Ukrainian city and much of the surrounding region, proclaims Orthodoxy to be its official religion. Inside their occupied headquarters building, leaders of the pro-Russian rebellion display portraits of St Nicholas and the glittering iconography of their faith.
But all other Churches are viewed with deep suspicion. Having turned on journalists, trade unionists and anyone who favours a united Ukraine, the “People’s Republic” has found a new target in the form of priests who do not share its religion.
Father Sergei Kosyak from the Gospel Church traditionally joins a “prayer marathon” after Easter every year. When prayers were being said around a tent in central Donetsk on May 23, however, Fr Kosyak found himself confronted by 15 rebels.
“We were praying for peace in Ukraine - and we had a banner with the Ukrainian flag,” he remembered. “This angered the representatives of the ‘People’s Republic’. They pointed guns at us while some of them took down the tent and threw it into the river.”
LA NIGERIA E IL SUO PETROLIO
Nigeria e petrolio, pronti a una nuova "guerra al terrorismo"?
Non per essere cinici, ma col rapimento delle 200 studentesse nigeriane Boko Haram si è in un certo senso aggiudicata il jackpot. Per una milizia islamista che vanta l'ambizione di instaurare un proprio Califfato è un colpo non da poco, che conferisce visibilità e prestigio nell'universo jihadista. Non a caso in meno di una settimana Abubakar Shekau è finito sulle prime pagini di tutti i media internazionali. Ora però deve fare i conti con quella verve occidentale che un terrorista della sua stazza attribuirebbe all'ingenuità di un "kafir" (miscredente). Perché Obama ha raccolto l'appello della consorte, perché Hollande ha paradossalmente compreso che se non riuscirà a guadagnarsi la fiducia della gauche, almeno proverà a tirar su qualche consenso tra i nostalgici della Françafrique. E perché Cameron non ha certo intenzione di restare a guardare i suoi colleghi mentre gli sfilano da sotto il naso quello che per decenni è stato prima un protettorato, e poi una colonia britannica.
Ma l'improvvisa rincorsa all'intervento militare intavolata nei giorni scorsi a Parigi deve spingerci ad aprire una profonda riflessione. Andremo per ordine.
Chi è Boko Haram.
Fondato dall'ormai defunto Mohammed Yusuf nel 2002, nella città di Maiduguri, il Popolo per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e della Jihad, meglio noto in lingua Hausa come Boko Haram (traducibile in "l'educazione occidentale è sacrilega" o "vietata" o "peccato") è un'organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nordest della Nigeria e nota per i diversi attacchi condotti nei confronti della comunità cristiana residente nel Paese. Il movimento, diviso in tre fazioni, è organizzato come una vera e propria setta che mira ad abolire il sistema secolare imponendo la Sharia. Prima che il gruppo divenisse noto internazionalmente dopo le violenze religiose in Nigeria del 2009, non aveva una struttura chiara o una catena di comando evidente.
Secondo fonti statunitensi Boko Haram sarebbe legato indirettamente all'Aqmi, ma ad oggi non vi è alcuna prova di un'intesa tra le due organizzazioni o di un sostegno materiale fornito dalle milizie qadeiste. Il movimento è da sempre ostile all'immaginario collettivo occidentale, ha la consuetudine di esaltare pubblicamente la propria ideologia anche attraverso l'ausilio dei media internazionali, nonostante il suo stesso ex leader Yusuf fosse, dal canto suo, un uomo colto e benestante al quale piaceva viaggiare a bordo di una Mercedes Benz da decine di migliaia di dollari. A metà maggio si è spinto per la prima volta fino ad Abuja, la capitale, sferrando due attacchi dinamitardi costati la vita ad oltre cento persone.
I membri di Boko Haram non godono di alcun sostegno da parte della ummah (comunità musulmana), al contrario, si sono resi protagonisti in passato di numerosi omicidi nei confronti di chiunque criticasse la loro condotta, inclusi alti esponenti islamici. Il quartier generale si trova in un piccolo villaggio lungo il confine con il Niger e negli ultimi anni la cellula islamista ha avviato una campagna di reclutamento di jihadisti provenienti prevalentemente dal Ciad. A gennaio del 2012 Abubakar Shekau è apparso in un video pubblicato su YouTube lasciando intendere di essere il nuovo leader dell'organizzazione.
La donna è guerra.
Perché l'Occidente ha iniziato a valutare un intervento militare in Nigeria proprio ora e non, ad esempio, a febbraio, quando Boko Haram massacrò e bruciò i corpi di 59 studenti di una scuola secondaria a Buni Yadi? John Kerry è stato lapidario, quanto eloquente: "Gli Stati Uniti si erano offerti più volte di aiutare le autorità nigeriane nella lotta al terrorismo, ma abbiamo sempre ricevuto risposte negative".
In realtà il ricorso all'azione per difendere i diritti delle donne ricorda un modello già adottato in passato e in un certo senso familiare alla cultura occidentale. È il caso della guerra in Afghanistan lanciata nel 2001, quando Cherie Blair prima e Laura Bush poi (le rispettive first lady dei due ex capi di Stato britannico e americano) non esitarono a rendere pubblico il loro sostegno al conflitto lanciato dai consorti. Chiesero ai loro compagni di salvare le donne afghane, di liberarle dall'agonia del regime talebano. Il risultato, oggi, è noto a tutti: con milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime, l'Afghanistan resta tra i peggiori Paesi sul pianeta per l'emancipazione e la sopravvivenza femminile. Matrimoni forzati e stupri, anche nei confronti di ragazze minorenni, sono all'ordine del giorno.
Inoltre va sottolineata una certa analogia tra i crimini commessi da Boko Haram, in termini di impatto sulla formazione, e le operazioni anti-terrorismo condotte da Washington nella regione mediorientale. Lo scorso anno uno studio diffuso dalla Stanford University, dal titolo Living Under Drones, ha ben descritto come il programma drone statunitense, negli anni, abbia compromesso l'accesso all'istruzione, ad esempio, tra i bambini pakistani. A seguito della campagna lanciata da Obama sono state centinaia le famiglie che hanno ritirato i propri figli dalle scuole per il timore che fossero colpite dai bombardamenti. Nella fattispecie, delle 270 studentesse rapite all'inizio del mese, va peraltro ricordato che Michelle Obama ha riservato parole di merito nei confronti dell'eroismo di Malala Yousafzai, senza tuttavia menzionare le critiche che Malala in passato non ha mancato di rivolgere nei confronti del marito proprio per la campagna drone avviata in Pakistan. Due pesi e due misure, verrebbe da credere.
L'intervento è possibile.
Sul piano logistico non sarà difficile intervenire in Nigeria per gli Stati Uniti. Anche se Obama ha assicurato che si tratterà solo di una cooperazione di intelligence, vale la pena ricordare che l'Occidente è già saldamente radicato in Africa. Con un profilo diverso dall'Afghanistan e dall'Iraq, ma sul piano logistico centinaia di militari statunitensi sono già impegnati in Niger, dove gli Usa mantengono la loro base per lo stazionamento dei Predator. Il Niger confina a nord proprio con la Nigeria, confina anche con il Mali, recente teatro delle operazioni francesi e anglosassoni, e confina con la Libia, un Paese al collasso alle prese con continui rovesciamenti del potere. Nel 2012, lo stesso Obama ha invocato la "War Powers Resolution" per aumentare il numero dei militari statunitensi dispiegati in Nigeria. La missione Africom, per concludere (esteso United States Africa Command ), è il comando combattente unificato, formalmente attivo dall'ottobre 2008, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono in tutto il continente africano ad esclusione del solo Egitto, di competenza del Central Command; il comando è controllato dal Dipartimento della Difesa ed ha sede presso le Kelley Barracks di Stoccarda (Germania), dov'è dislocata l'Air Force, mentre le unità di Marina e dell'Esercito impiegate nella missione stanziano in Italia, in particolare a Napoli e Vicenza.
Oro nero.
Visti i precedenti, credere che Washington, Parigi e Londra avvieranno un programma militare con l'esclusivo intento di sconfiggere Boko Haram e ristabilire l'equilibrio generale in Nigeria significa peccare di candore. In ballo c'è l'industria petrolifera di un Paese ricco di risorse minerarie e profondamente dilaniato da una storia coloniale e postcoloniale contrassegnata da violenti conflitti interni, spesso legati proprio alla gestione del greggio. Entrando nel campo delle ipotesi non è difficile supporre che gli Usa, investendo l'Eliseo della carica di loro portavoce, abbiano già garantito un sostegno tecnico-logistico al governo di Abuja in cambio di un maggiore controllo del Delta del Niger. Intervenire al Nord per speculare al Sud: un'operazione nella quale chiunque, ragionando per sommatorie, riuscirebbe ad intravedere i precetti del colonialismo moderno. In questo senso il presidente nigeriano Jonathan Goodluck può dare molto agli Stati Uniti. Jonathan appartiene, infatti, agli Ijaw, un’etnia cristiana minoritaria a livello nazionale, ma che rappresenta la maggioranza della popolazione proprio nel Delta e quindi potrebbe porsi come cuscinetto per ammorbidire una possibile reazione negativa dell'opinione pubblica locale ad un intervento militare al Nord, dove Boko Haram mantiene il suo quartier generale.
Gli Ijaw sono anche il gruppo etnico nel quale ha avuto origine il Movement for the emancipation of the Niger Delta (Mend), la formazione ribelle che per anni ha messo a ferro e fuoco la regione e che nel 2011 - assieme alla milizia islamista - si è battuto fortemente per boicottare l'elezione di Jonathan.
I militanti del Mend accusano il governo di accaparrarsi i proventi senza offrire niente in cambio, a parte gli abusi di potere e i danni ambientali causati dall’attività estrattiva di multinazionali come Shell, ExxonMobil, ChevronTexaco, TotalFinaElf, Eni/Agip. Per il governo federale nigeriano, invece, i ribelli sono dei banditi opportunisti che si appropriano delle risorse locali e strumentalizzano la povertà del Delta per contrabbandare il petrolio rubato. Probabilmente entrambi hanno ragione.
Finanziamenti occulti.
In molti si domandano come una milizia non dichiaratamente affiliata ad Al Qaeda riesca ad intraprendere azioni dai risultati terroristici così devastanti. Con ogni probabilità l'universo qaedista contribuisce a finanziare le casse di Boko Haram in cambio della garanzia che il gruppo non tenti di travalicare il proprio territorio, e quindi spingersi verso il Maghreb. Vi sono però altri tipi di introiti, più o meno nascosti, che sembrano provenire proprio dall'Occidente. Nel 2012, il Nigerian Tribune ha parlato di un finanziamento a favore di Boko Haram rintracciato nel Regno Unito e in Arabia Saudita, in particolare proveniente dal Fondo fiduciario Al-Muntada. Già nel 2005 il Center for Security Policy scrisse che l'istituto "è stato particolarmente attivo nella promozione dell’islamismo nella forma wahabita in Nigeria. Al Muntada paga perché ai religiosi nigeriani venga fatto il lavaggio del cervello in università saudite e si impongano ai musulmani tramite la loro rete ben finanziata di scuole e moschee”.
Più o meno come accadde in Pakistan durante la guerra (ormai sempre meno segreta) della Cia contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Allora a finanziare le madrasse fu proprio l’Arabia Saudita, stretto alleato di Washington, e tra il 1982 e il 1992 si stima che furono circa 35.000 i radicali musulmani, di 43 Paesi islamici in Medio Oriente, nel Nord e nell’Est dell’Africa e in Asia Centrale, battezzati dal fuoco dei mujaheddin afghani. Lo stato embrionale dei taliban e di Al Qaeda, per intenderci. Simili accostamenti recentemente hanno coinvolto anche la Nato. Il passaggio si sarebbe registrato durante il conflitto libico, nel 2011, quando l'Alleanza - secondo alcune testimonianze - finanziò le forze ribelli in guerra contro Muammar Gheddafi, le stesse che ancora oggi amministrano gran parte dei governatorati nel Paese ospitando teste calde legate a cellule qaediste. Così come in Afghanistan, anche nel 2011 si è finito quindi per offrire un contributo indiretto all'Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico)
La vera minaccia è la Cina.
Dietro le manovre degli ultimi giorni per un possibile intervento militare in pompa magna di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, c'è sì il petrolio, c'è sì Boko Haram, ma c'è anche un nemico ben più grande da combattere. Sempre sul fronte economico. La Cina non ha mai smentito i suoi interessi verso il Continente nero, anche se tutt'oggi è difficile definire l'entità degli investimenti del Paese asiatico in Africa poichè le informazioni sugli aiuti all'estero fornite dal governo di Pechino sono spesso lacunose. Secondo un'indagine sviluppata nel 2012 dal Centro per lo Sviluppo Globale, una partnership tra diversi college e centri di ricerca americani, il Dragone avrebbe investito oltre 75 miliardi di dollari in cinquanta Paesi africani tra il 2000 e il 2011, in almeno 1700 progetti. L'importanza dell'Africa è stata resa chiara anche dal nuovo presidente cinese. La Tanzania è stata la seconda tappa del viaggio inaugurale di Xi Jinping da capo di Stato, seguita dal Sudafrica, per il vertice con gli altri Paesi Brics e infine il Congo.
Proprio in Tanzania, la Cina aveva sviluppato uno dei suoi primi e più importanti progetti nel continente: la ferrovia che collega il Paese allo Zambia e al porto di Dar Es-Salaam, usato per il trasporto di materie prime. Non sempre però le operazioni di soft power sfociano in una "win-win situation"(mantra caro a Pechino). Le resistenze alla visione di una Cina che entra in Africa senza l'arroganza dei Paesi occidentali si sono infatti fatte sentire, ad esempio, proprio dall'ex governatore della Banca Centrale della Nigeria, Lamido Sanusi, secondo cui dietro la politica cinese in Africa si è ormai sedimentata "l'essenza stessa del colonialismo".
Appare evidente che il governo statunitense e quello francese vogliono assicurarsi che la nuova dirigenza cinese non prosegua le relazioni vantaggiose trattenute in passato. C'è chi si spinge a dire che l'obiettivo della missione Africom sia proprio quello di creare un'altra grande guerra al terrorismo per poi salvaguardare gli interessi nazionali degli americani.
Il FMI.
Nei fatti, in questa lunga battaglia di potere un ruolo sembra lo stia giocando anche il Fondo Monetario Internazionale. Il 1 gennaio del 2012, senza alcun preavviso, il presidente Goodluck Jonathan ha annunciato l’immediata rimozione di tutti i sussidi ai carburanti. In poche ore i prezzi della benzina sono esplosi quasi tre volte, provocando insistenti proteste nel paese. Con una tempistica sospetta, la direttrice generale del Fondo, Christine Lagarde, aveva visitato la Nigeria qualche giorno prima dell’improvvisa iniziativa presidenziale sui sussidi. E lei stessa, subito dopo l'approvazione del provvedimento da parte del governo di Abuja, si spese erroneamente dicendo che la tassa imposta ai cittadini nigeriani sarebbe servita ad eliminare la corruzione nel settore petrolifero statale.
Se il Fmi e la Banca Mondiale fossero davvero stati preoccupati per la salute dell’economia nigeriana avrebbero aiutato a ricostruire e a espandere l’industria locale di raffinazione del petrolio, lasciata invece marcire, in modo tale che il Paese non avrebbe avuto bisogno in futuro di importare carburanti senza ricorrere all'uso di risorse del bilancio statale. La via più facile per farlo sarebbe stato accelerare la messa in opera dell’accordo, risalente a due anni prima, tra la Cina e il governo nigeriano per investire circa 28 miliardi di dollari in una massiccia espansione del settore di raffinamento del greggio.
(Augusto Rubei, blogger)
Non per essere cinici, ma col rapimento delle 200 studentesse nigeriane Boko Haram si è in un certo senso aggiudicata il jackpot. Per una milizia islamista che vanta l'ambizione di instaurare un proprio Califfato è un colpo non da poco, che conferisce visibilità e prestigio nell'universo jihadista. Non a caso in meno di una settimana Abubakar Shekau è finito sulle prime pagini di tutti i media internazionali. Ora però deve fare i conti con quella verve occidentale che un terrorista della sua stazza attribuirebbe all'ingenuità di un "kafir" (miscredente). Perché Obama ha raccolto l'appello della consorte, perché Hollande ha paradossalmente compreso che se non riuscirà a guadagnarsi la fiducia della gauche, almeno proverà a tirar su qualche consenso tra i nostalgici della Françafrique. E perché Cameron non ha certo intenzione di restare a guardare i suoi colleghi mentre gli sfilano da sotto il naso quello che per decenni è stato prima un protettorato, e poi una colonia britannica.
Ma l'improvvisa rincorsa all'intervento militare intavolata nei giorni scorsi a Parigi deve spingerci ad aprire una profonda riflessione. Andremo per ordine.
Chi è Boko Haram.
Fondato dall'ormai defunto Mohammed Yusuf nel 2002, nella città di Maiduguri, il Popolo per la Propagazione degli Insegnamenti del Profeta e della Jihad, meglio noto in lingua Hausa come Boko Haram (traducibile in "l'educazione occidentale è sacrilega" o "vietata" o "peccato") è un'organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nordest della Nigeria e nota per i diversi attacchi condotti nei confronti della comunità cristiana residente nel Paese. Il movimento, diviso in tre fazioni, è organizzato come una vera e propria setta che mira ad abolire il sistema secolare imponendo la Sharia. Prima che il gruppo divenisse noto internazionalmente dopo le violenze religiose in Nigeria del 2009, non aveva una struttura chiara o una catena di comando evidente.
Secondo fonti statunitensi Boko Haram sarebbe legato indirettamente all'Aqmi, ma ad oggi non vi è alcuna prova di un'intesa tra le due organizzazioni o di un sostegno materiale fornito dalle milizie qadeiste. Il movimento è da sempre ostile all'immaginario collettivo occidentale, ha la consuetudine di esaltare pubblicamente la propria ideologia anche attraverso l'ausilio dei media internazionali, nonostante il suo stesso ex leader Yusuf fosse, dal canto suo, un uomo colto e benestante al quale piaceva viaggiare a bordo di una Mercedes Benz da decine di migliaia di dollari. A metà maggio si è spinto per la prima volta fino ad Abuja, la capitale, sferrando due attacchi dinamitardi costati la vita ad oltre cento persone.
I membri di Boko Haram non godono di alcun sostegno da parte della ummah (comunità musulmana), al contrario, si sono resi protagonisti in passato di numerosi omicidi nei confronti di chiunque criticasse la loro condotta, inclusi alti esponenti islamici. Il quartier generale si trova in un piccolo villaggio lungo il confine con il Niger e negli ultimi anni la cellula islamista ha avviato una campagna di reclutamento di jihadisti provenienti prevalentemente dal Ciad. A gennaio del 2012 Abubakar Shekau è apparso in un video pubblicato su YouTube lasciando intendere di essere il nuovo leader dell'organizzazione.
La donna è guerra.
Perché l'Occidente ha iniziato a valutare un intervento militare in Nigeria proprio ora e non, ad esempio, a febbraio, quando Boko Haram massacrò e bruciò i corpi di 59 studenti di una scuola secondaria a Buni Yadi? John Kerry è stato lapidario, quanto eloquente: "Gli Stati Uniti si erano offerti più volte di aiutare le autorità nigeriane nella lotta al terrorismo, ma abbiamo sempre ricevuto risposte negative".
In realtà il ricorso all'azione per difendere i diritti delle donne ricorda un modello già adottato in passato e in un certo senso familiare alla cultura occidentale. È il caso della guerra in Afghanistan lanciata nel 2001, quando Cherie Blair prima e Laura Bush poi (le rispettive first lady dei due ex capi di Stato britannico e americano) non esitarono a rendere pubblico il loro sostegno al conflitto lanciato dai consorti. Chiesero ai loro compagni di salvare le donne afghane, di liberarle dall'agonia del regime talebano. Il risultato, oggi, è noto a tutti: con milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime, l'Afghanistan resta tra i peggiori Paesi sul pianeta per l'emancipazione e la sopravvivenza femminile. Matrimoni forzati e stupri, anche nei confronti di ragazze minorenni, sono all'ordine del giorno.
Inoltre va sottolineata una certa analogia tra i crimini commessi da Boko Haram, in termini di impatto sulla formazione, e le operazioni anti-terrorismo condotte da Washington nella regione mediorientale. Lo scorso anno uno studio diffuso dalla Stanford University, dal titolo Living Under Drones, ha ben descritto come il programma drone statunitense, negli anni, abbia compromesso l'accesso all'istruzione, ad esempio, tra i bambini pakistani. A seguito della campagna lanciata da Obama sono state centinaia le famiglie che hanno ritirato i propri figli dalle scuole per il timore che fossero colpite dai bombardamenti. Nella fattispecie, delle 270 studentesse rapite all'inizio del mese, va peraltro ricordato che Michelle Obama ha riservato parole di merito nei confronti dell'eroismo di Malala Yousafzai, senza tuttavia menzionare le critiche che Malala in passato non ha mancato di rivolgere nei confronti del marito proprio per la campagna drone avviata in Pakistan. Due pesi e due misure, verrebbe da credere.
L'intervento è possibile.
Sul piano logistico non sarà difficile intervenire in Nigeria per gli Stati Uniti. Anche se Obama ha assicurato che si tratterà solo di una cooperazione di intelligence, vale la pena ricordare che l'Occidente è già saldamente radicato in Africa. Con un profilo diverso dall'Afghanistan e dall'Iraq, ma sul piano logistico centinaia di militari statunitensi sono già impegnati in Niger, dove gli Usa mantengono la loro base per lo stazionamento dei Predator. Il Niger confina a nord proprio con la Nigeria, confina anche con il Mali, recente teatro delle operazioni francesi e anglosassoni, e confina con la Libia, un Paese al collasso alle prese con continui rovesciamenti del potere. Nel 2012, lo stesso Obama ha invocato la "War Powers Resolution" per aumentare il numero dei militari statunitensi dispiegati in Nigeria. La missione Africom, per concludere (esteso United States Africa Command ), è il comando combattente unificato, formalmente attivo dall'ottobre 2008, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono in tutto il continente africano ad esclusione del solo Egitto, di competenza del Central Command; il comando è controllato dal Dipartimento della Difesa ed ha sede presso le Kelley Barracks di Stoccarda (Germania), dov'è dislocata l'Air Force, mentre le unità di Marina e dell'Esercito impiegate nella missione stanziano in Italia, in particolare a Napoli e Vicenza.
Oro nero.
Visti i precedenti, credere che Washington, Parigi e Londra avvieranno un programma militare con l'esclusivo intento di sconfiggere Boko Haram e ristabilire l'equilibrio generale in Nigeria significa peccare di candore. In ballo c'è l'industria petrolifera di un Paese ricco di risorse minerarie e profondamente dilaniato da una storia coloniale e postcoloniale contrassegnata da violenti conflitti interni, spesso legati proprio alla gestione del greggio. Entrando nel campo delle ipotesi non è difficile supporre che gli Usa, investendo l'Eliseo della carica di loro portavoce, abbiano già garantito un sostegno tecnico-logistico al governo di Abuja in cambio di un maggiore controllo del Delta del Niger. Intervenire al Nord per speculare al Sud: un'operazione nella quale chiunque, ragionando per sommatorie, riuscirebbe ad intravedere i precetti del colonialismo moderno. In questo senso il presidente nigeriano Jonathan Goodluck può dare molto agli Stati Uniti. Jonathan appartiene, infatti, agli Ijaw, un’etnia cristiana minoritaria a livello nazionale, ma che rappresenta la maggioranza della popolazione proprio nel Delta e quindi potrebbe porsi come cuscinetto per ammorbidire una possibile reazione negativa dell'opinione pubblica locale ad un intervento militare al Nord, dove Boko Haram mantiene il suo quartier generale.
Gli Ijaw sono anche il gruppo etnico nel quale ha avuto origine il Movement for the emancipation of the Niger Delta (Mend), la formazione ribelle che per anni ha messo a ferro e fuoco la regione e che nel 2011 - assieme alla milizia islamista - si è battuto fortemente per boicottare l'elezione di Jonathan.
I militanti del Mend accusano il governo di accaparrarsi i proventi senza offrire niente in cambio, a parte gli abusi di potere e i danni ambientali causati dall’attività estrattiva di multinazionali come Shell, ExxonMobil, ChevronTexaco, TotalFinaElf, Eni/Agip. Per il governo federale nigeriano, invece, i ribelli sono dei banditi opportunisti che si appropriano delle risorse locali e strumentalizzano la povertà del Delta per contrabbandare il petrolio rubato. Probabilmente entrambi hanno ragione.
Finanziamenti occulti.
In molti si domandano come una milizia non dichiaratamente affiliata ad Al Qaeda riesca ad intraprendere azioni dai risultati terroristici così devastanti. Con ogni probabilità l'universo qaedista contribuisce a finanziare le casse di Boko Haram in cambio della garanzia che il gruppo non tenti di travalicare il proprio territorio, e quindi spingersi verso il Maghreb. Vi sono però altri tipi di introiti, più o meno nascosti, che sembrano provenire proprio dall'Occidente. Nel 2012, il Nigerian Tribune ha parlato di un finanziamento a favore di Boko Haram rintracciato nel Regno Unito e in Arabia Saudita, in particolare proveniente dal Fondo fiduciario Al-Muntada. Già nel 2005 il Center for Security Policy scrisse che l'istituto "è stato particolarmente attivo nella promozione dell’islamismo nella forma wahabita in Nigeria. Al Muntada paga perché ai religiosi nigeriani venga fatto il lavaggio del cervello in università saudite e si impongano ai musulmani tramite la loro rete ben finanziata di scuole e moschee”.
Più o meno come accadde in Pakistan durante la guerra (ormai sempre meno segreta) della Cia contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. Allora a finanziare le madrasse fu proprio l’Arabia Saudita, stretto alleato di Washington, e tra il 1982 e il 1992 si stima che furono circa 35.000 i radicali musulmani, di 43 Paesi islamici in Medio Oriente, nel Nord e nell’Est dell’Africa e in Asia Centrale, battezzati dal fuoco dei mujaheddin afghani. Lo stato embrionale dei taliban e di Al Qaeda, per intenderci. Simili accostamenti recentemente hanno coinvolto anche la Nato. Il passaggio si sarebbe registrato durante il conflitto libico, nel 2011, quando l'Alleanza - secondo alcune testimonianze - finanziò le forze ribelli in guerra contro Muammar Gheddafi, le stesse che ancora oggi amministrano gran parte dei governatorati nel Paese ospitando teste calde legate a cellule qaediste. Così come in Afghanistan, anche nel 2011 si è finito quindi per offrire un contributo indiretto all'Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico)
La vera minaccia è la Cina.
Dietro le manovre degli ultimi giorni per un possibile intervento militare in pompa magna di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, c'è sì il petrolio, c'è sì Boko Haram, ma c'è anche un nemico ben più grande da combattere. Sempre sul fronte economico. La Cina non ha mai smentito i suoi interessi verso il Continente nero, anche se tutt'oggi è difficile definire l'entità degli investimenti del Paese asiatico in Africa poichè le informazioni sugli aiuti all'estero fornite dal governo di Pechino sono spesso lacunose. Secondo un'indagine sviluppata nel 2012 dal Centro per lo Sviluppo Globale, una partnership tra diversi college e centri di ricerca americani, il Dragone avrebbe investito oltre 75 miliardi di dollari in cinquanta Paesi africani tra il 2000 e il 2011, in almeno 1700 progetti. L'importanza dell'Africa è stata resa chiara anche dal nuovo presidente cinese. La Tanzania è stata la seconda tappa del viaggio inaugurale di Xi Jinping da capo di Stato, seguita dal Sudafrica, per il vertice con gli altri Paesi Brics e infine il Congo.
Proprio in Tanzania, la Cina aveva sviluppato uno dei suoi primi e più importanti progetti nel continente: la ferrovia che collega il Paese allo Zambia e al porto di Dar Es-Salaam, usato per il trasporto di materie prime. Non sempre però le operazioni di soft power sfociano in una "win-win situation"(mantra caro a Pechino). Le resistenze alla visione di una Cina che entra in Africa senza l'arroganza dei Paesi occidentali si sono infatti fatte sentire, ad esempio, proprio dall'ex governatore della Banca Centrale della Nigeria, Lamido Sanusi, secondo cui dietro la politica cinese in Africa si è ormai sedimentata "l'essenza stessa del colonialismo".
Appare evidente che il governo statunitense e quello francese vogliono assicurarsi che la nuova dirigenza cinese non prosegua le relazioni vantaggiose trattenute in passato. C'è chi si spinge a dire che l'obiettivo della missione Africom sia proprio quello di creare un'altra grande guerra al terrorismo per poi salvaguardare gli interessi nazionali degli americani.
Il FMI.
Nei fatti, in questa lunga battaglia di potere un ruolo sembra lo stia giocando anche il Fondo Monetario Internazionale. Il 1 gennaio del 2012, senza alcun preavviso, il presidente Goodluck Jonathan ha annunciato l’immediata rimozione di tutti i sussidi ai carburanti. In poche ore i prezzi della benzina sono esplosi quasi tre volte, provocando insistenti proteste nel paese. Con una tempistica sospetta, la direttrice generale del Fondo, Christine Lagarde, aveva visitato la Nigeria qualche giorno prima dell’improvvisa iniziativa presidenziale sui sussidi. E lei stessa, subito dopo l'approvazione del provvedimento da parte del governo di Abuja, si spese erroneamente dicendo che la tassa imposta ai cittadini nigeriani sarebbe servita ad eliminare la corruzione nel settore petrolifero statale.
Se il Fmi e la Banca Mondiale fossero davvero stati preoccupati per la salute dell’economia nigeriana avrebbero aiutato a ricostruire e a espandere l’industria locale di raffinazione del petrolio, lasciata invece marcire, in modo tale che il Paese non avrebbe avuto bisogno in futuro di importare carburanti senza ricorrere all'uso di risorse del bilancio statale. La via più facile per farlo sarebbe stato accelerare la messa in opera dell’accordo, risalente a due anni prima, tra la Cina e il governo nigeriano per investire circa 28 miliardi di dollari in una massiccia espansione del settore di raffinamento del greggio.
(Augusto Rubei, blogger)
TIROCINI FORMATIVI
La legge 9 agosto 2013, n. 99, di conversione del D.L. 28 giugno 2013, n.76, ha previsto la possibilità di un cofinanziamento da parte delle universitàstatali, nella misura massima di 200 euro mensili, del rimborso spese corrisposto allo studente/tirocinante dal soggetto ospitante pubblico o privato in caso di attivazione di tirocini curriculari.
Fondo mille giovani per la cultura Per l'anno 2014, la legge 99/2013 ha previsto l’istituzione presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di un Fondo straordinario con stanziamento pari a 1 milione di euro, denominato "Fondo mille giovani per la cultura", destinato alla promozione di tirocini formativi e di orientamento per giovani fino aventinove anni di età nei settori delle attività e dei servizi per cultura.
Con successivo decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione saranno definiti i criteri e le modalità di accesso al Fondo.
http://www.cliclavoro.gov.it/Aziende/Incentivi/Pagine/Tirocini-formativi.aspx
A tale fine verranno devoluti 3 milioni di euro per l’anno 2013 e di 7,6 milioni di euro per l’anno 2014 che saranno ripartiti tra le università statali che attivino tirocini di durata minima di 3 mesi con enti pubblici o privatisecondo le modalità che verranno stabilite con decreto del Ministro dell’Istruzione dell’università e della ricerca.
Ai fini della ripartizione delle risorse tra gli studenti, le università dovranno formare delle graduatorie ispirate ai seguenti criteri di premialità:
- regolarità del percorso di studi
- votazione media degli esami
- condizioni economiche dello studente
Fondo mille giovani per la cultura Per l'anno 2014, la legge 99/2013 ha previsto l’istituzione presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di un Fondo straordinario con stanziamento pari a 1 milione di euro, denominato "Fondo mille giovani per la cultura", destinato alla promozione di tirocini formativi e di orientamento per giovani fino aventinove anni di età nei settori delle attività e dei servizi per cultura.
Con successivo decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione saranno definiti i criteri e le modalità di accesso al Fondo.
http://www.cliclavoro.gov.it/Aziende/Incentivi/Pagine/Tirocini-formativi.aspx
martedì 17 giugno 2014
LA GAFFE DI ALFANO
Caso Yara, scoppia il caos. Alfano diffonde la notizia, la procura attacca: volevamo massimo riserbo. Che vergogna. La notizia diffusa ieri su Yara non doveva essere diffusa, o almeno non doveva esserlo in questi termini. E invece? E invece Abbiamo un ministro dell'Interno, Angelino Alfano, che diffonde la notizia dell'arresto del presunto assassino di Yara Gambirasio. E lo fa su Facebook con questo agghiacciante messaggio. Alfano dà dell'assassino a una persona fermata e presunta tale. E in più rincara la dose parlando di "efferato assassino". Leggiamo:
Le Forze dell'Ordine, d'intesa con la Magistratura, hanno individuato l'assassino di Yara Gambirasio. Ringraziamo tutti, ognuno nel proprio ruolo, per l'impegno massimo, l'alta professionalità e la passione investiti nella difficile ricerca di questo efferato assassino che, finalmente, non è più senza volto. Oggi, due successi delle Forze dell'Ordine che dedichiamo ai familiari delle vittime e agli italiani onesti.
La procura è incredula e questa mattina fa sapere che:
"Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo" sul fermo di Massimo Giuseppe Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio. "Questo - ha spiegato il procuratore capo di Bergamo, Francesco Dettori - anche a tutela dell'indagato in relazione al quale, secondo la Costituzione, esiste la presunzione di innocenza".
Suona polemico l'intervento del magistrato che guida la Procura bergamasca, infastidito per la marea di dichiarazioni, commenti, giornalisti e cameramen arrivati nella zona dopo la notizia dell'arresto di 'Ignoto 1'. Polemico, soprattutto nei confronti del ministro Angelino Alfano, titolare dell'Interno, visto che è stato lui - dagli uffici del ministero romano - a diffondere a gran voce la notizia del fermo.
Il procuratore di Bergamo ha aggiunto che "il fermo avrà il consueto iter di tutti gli altri". Gli atti saranno quindi trasmessi entro 48 ore dall'esecuzione del fermo al gip che ne avrà altre 48 per fissare l'udienza e decidere sulla convalida.
Le Forze dell'Ordine, d'intesa con la Magistratura, hanno individuato l'assassino di Yara Gambirasio. Ringraziamo tutti, ognuno nel proprio ruolo, per l'impegno massimo, l'alta professionalità e la passione investiti nella difficile ricerca di questo efferato assassino che, finalmente, non è più senza volto. Oggi, due successi delle Forze dell'Ordine che dedichiamo ai familiari delle vittime e agli italiani onesti.
La procura è incredula e questa mattina fa sapere che:
"Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo" sul fermo di Massimo Giuseppe Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio. "Questo - ha spiegato il procuratore capo di Bergamo, Francesco Dettori - anche a tutela dell'indagato in relazione al quale, secondo la Costituzione, esiste la presunzione di innocenza".
Suona polemico l'intervento del magistrato che guida la Procura bergamasca, infastidito per la marea di dichiarazioni, commenti, giornalisti e cameramen arrivati nella zona dopo la notizia dell'arresto di 'Ignoto 1'. Polemico, soprattutto nei confronti del ministro Angelino Alfano, titolare dell'Interno, visto che è stato lui - dagli uffici del ministero romano - a diffondere a gran voce la notizia del fermo.
Il procuratore di Bergamo ha aggiunto che "il fermo avrà il consueto iter di tutti gli altri". Gli atti saranno quindi trasmessi entro 48 ore dall'esecuzione del fermo al gip che ne avrà altre 48 per fissare l'udienza e decidere sulla convalida.
RICOSTRUZIONE L'AQUILA: 5 ARRESTI
Dopo il sisma del 2009, forse un po' di chiarezza.
Cinque arresti tra cui l'ex vice commissario alla ricostruzione. Presunte mazzette nell'ambito della ricostruzione post-terremoto per accaparrarsi appalti per il recupero di beni culturali ed ecclesiastici nel centro storico dell'Aquila. Per questa ragione Polizia e Guardia di finanza stanno eseguendo cinque ordinanze di custodia cautelare, due in carcere e tre ai domiciliari, nei confronti di un funzionario del Ministero per i beni e le attività culturali, di un professionista e di tre imprenditori, per i reati di corruzione, falso, turbativa d'asta, millantato credito ed emissione e utilizzo di fatture inesistenti. Tra le cinque persone arrestate c'è anche l'ex vice commissario per la ricostruzione dell'Aquila.
L'operazione che ha portato ai cinque arresti è scattata su disposizione della Procura dell'Aquila. Le ordinanze sono state emesse dal gip Giuseppe Romano Gargarella. I provvedimenti in corso di esecuzione sono il risultato di una complessa e lunga indagine sulle procedure che riguardano la ricostruzione e il consolidamento di alcuni beni ecclesiastici e di altri beni culturali di particolare rilievo storico-artistico nel centro storico del capoluogo abruzzese, gravemente danneggiati dal terremoto del 6 aprile 2009.
Le indagini, avviate nel 2012, hanno consentito di acquisire gravi elementi indiziari a carico dei componenti di un 'comitato d'affari', costituito da funzionari regionali, imprenditori e professionisti, finalizzato all'indebita acquisizione di lavori pubblici per ricostruire o restaurare luoghi di culto ed abitazioni. Tra i destinatari del provvedimento degli arresti domiciliari figura anche l'ex vice Commissario per la Ricostruzione dell'Aquila. Nel corso dell'operazione sono state eseguite anche 14 perquisizioni personali e locali, a carico di ulteriori soggetti, indagati, in stato di libertà, per i menzionati reati.
Una prima fase c'era già stata nei mesi scorsi con l'iscrizione nel registro degli indagati di alcuni imprenditori, professionisti e funzionari pubblici. L'attività investigativa è stata svolta congiuntamente dal Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza e dalla Squadra Mobile della Questura dell'Aquila.
L'operazione che ha portato ai cinque arresti è scattata su disposizione della Procura dell'Aquila. Le ordinanze sono state emesse dal gip Giuseppe Romano Gargarella. I provvedimenti in corso di esecuzione sono il risultato di una complessa e lunga indagine sulle procedure che riguardano la ricostruzione e il consolidamento di alcuni beni ecclesiastici e di altri beni culturali di particolare rilievo storico-artistico nel centro storico del capoluogo abruzzese, gravemente danneggiati dal terremoto del 6 aprile 2009.
Le indagini, avviate nel 2012, hanno consentito di acquisire gravi elementi indiziari a carico dei componenti di un 'comitato d'affari', costituito da funzionari regionali, imprenditori e professionisti, finalizzato all'indebita acquisizione di lavori pubblici per ricostruire o restaurare luoghi di culto ed abitazioni. Tra i destinatari del provvedimento degli arresti domiciliari figura anche l'ex vice Commissario per la Ricostruzione dell'Aquila. Nel corso dell'operazione sono state eseguite anche 14 perquisizioni personali e locali, a carico di ulteriori soggetti, indagati, in stato di libertà, per i menzionati reati.
Una prima fase c'era già stata nei mesi scorsi con l'iscrizione nel registro degli indagati di alcuni imprenditori, professionisti e funzionari pubblici. L'attività investigativa è stata svolta congiuntamente dal Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza e dalla Squadra Mobile della Questura dell'Aquila.
domenica 15 giugno 2014
MARCO ZAMBUTO (PD) CONDANNATO
Marco Zambuto è stato sindaco di Agrigento dal 2007 al 2014. Nel febbraio del 2007 si dimise dall'incarico di segretario regionale dell'UDC ed annunciò la sua candidatura a sindaco di Agrigento col supporto dei Democratici di Sinistra, dell'UDEUR e di tre liste civiche.
Al termine delle elezioni amministrative del 2007 viene eletto sindaco dopo avere battuto al ballottaggio il candidato della coalizione di centrodestra Enzo Camilleri:
Nel febbraio del 2008 la svolta con l'adesione al PdL di Silvio Berlusconi. Ai primi di marzo del 2008, con una mossa a sorpresa azzera la Giunta e presenta la sua nuova squadra in una accesissima conferenza stampa, confermando la sua volontà a perseguire l'adesione al PdL. Nell'ottobre del 2010 aderisce all'UdC di Casini annunciando la sua candidatura alle prossime elezioni politiche.
Nel 2010-2011 assiste passivamente a numerosi crolli di case del centro storico dopo i quali arriverà un finanziamento della Regione per 8 milioni di euro nel giugno 2011.
Il 6-7 maggio 2012 con il 41% dei voti va al ballottaggio con l'altro candidato Salvatore Pennica (detto Totò) con il 22% dei voti. Con il ballottaggio del 21-22 maggio, due settimane dopo il primo turno viene riconfermato sindaco di Agrigento con 75% dei voti.
Nel gennaio 2013, Marco Zambuto, è stato indagato per l'inchiesta sulla gestione della Fondazione Teatro Pirandello. Per il sindaco erano stati ipotizzati i reati di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico.
Così nel giugno 2013 Zambuto lascia l'UdC per avvicinarsi all'area renziana del PD. Il 23 marzo 2014 è eletto presidente dell'assemblea regionale del PD. Si candida alle Elezioni europee del 2014 (Italia) per il PD nella Circoscrizione Italia insulare ma con solo 65.722 preferenze non viene eletto.
Zambuto, in qualità di presidente della fondazione, era accusato di avere assegnato degli incarichi in maniera illegittima.
Ieri si è dimesso. Il primo cittadino è stato infatti condannato a 2 mesi e 20 giorni di reclusione per l’accusa di abuso di ufficio, il giudizio è stato emesso dal Gup del tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, nel processo riguardante la “Fondazione Pirandello”.
La pena richiesta è stata ridotta di un terzo per il rito abbreviato. Nello stesso processo il primo cittadino è stato assolto dalle accuse di falso e da una singola imputazione di abuso di ufficio legata al conferimento degli incarichi in occasione della Sagra del Mandorlo in fiore del 2012.
Al termine delle elezioni amministrative del 2007 viene eletto sindaco dopo avere battuto al ballottaggio il candidato della coalizione di centrodestra Enzo Camilleri:
Nel febbraio del 2008 la svolta con l'adesione al PdL di Silvio Berlusconi. Ai primi di marzo del 2008, con una mossa a sorpresa azzera la Giunta e presenta la sua nuova squadra in una accesissima conferenza stampa, confermando la sua volontà a perseguire l'adesione al PdL. Nell'ottobre del 2010 aderisce all'UdC di Casini annunciando la sua candidatura alle prossime elezioni politiche.
Nel 2010-2011 assiste passivamente a numerosi crolli di case del centro storico dopo i quali arriverà un finanziamento della Regione per 8 milioni di euro nel giugno 2011.
Il 6-7 maggio 2012 con il 41% dei voti va al ballottaggio con l'altro candidato Salvatore Pennica (detto Totò) con il 22% dei voti. Con il ballottaggio del 21-22 maggio, due settimane dopo il primo turno viene riconfermato sindaco di Agrigento con 75% dei voti.
Nel gennaio 2013, Marco Zambuto, è stato indagato per l'inchiesta sulla gestione della Fondazione Teatro Pirandello. Per il sindaco erano stati ipotizzati i reati di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico.
Così nel giugno 2013 Zambuto lascia l'UdC per avvicinarsi all'area renziana del PD. Il 23 marzo 2014 è eletto presidente dell'assemblea regionale del PD. Si candida alle Elezioni europee del 2014 (Italia) per il PD nella Circoscrizione Italia insulare ma con solo 65.722 preferenze non viene eletto.
Zambuto, in qualità di presidente della fondazione, era accusato di avere assegnato degli incarichi in maniera illegittima.
Ieri si è dimesso. Il primo cittadino è stato infatti condannato a 2 mesi e 20 giorni di reclusione per l’accusa di abuso di ufficio, il giudizio è stato emesso dal Gup del tribunale di Agrigento, Francesco Provenzano, nel processo riguardante la “Fondazione Pirandello”.
La pena richiesta è stata ridotta di un terzo per il rito abbreviato. Nello stesso processo il primo cittadino è stato assolto dalle accuse di falso e da una singola imputazione di abuso di ufficio legata al conferimento degli incarichi in occasione della Sagra del Mandorlo in fiore del 2012.
sabato 14 giugno 2014
IL BUSINESS DEI CAMPI ROM
Venti anni fa, sotto la giunta di centro-sinistra, guidata da Francesco Rutelli, nasceva a Roma il primo campo nomadi. Da allora la capitale ha continuato a investire risorse umane ed economiche per spostare le comunità Rom in insediamenti isolati, lontani dal centro della città e miseri, caratterizzati da precarie condizioni igienico-sanitarie, da abitazioni deteriorate e da servizi insufficienti. Nel tempo il sistema si è istituzionalizzato e i costi sono lievitati.
Soltanto nel 2013, il comune di Roma ha speso per la "questione Rom" ben 24 milioni di euro. Un fiume incontrollato di denaro pubblico che non si traduce in benefici di inclusione sociale. La spesa viene fatta ogni anno per i campi nomadi, per i villaggi della solidarietà, per i centri di raccolta e sgomberi.
Per la gestione degli 8 villaggi della solidarietà 16 milioni di euro. Mentre per i 3 centri di raccolta 6 milioni di euro (a via Amarilli la spesa pro capite più alta con 906 euro al mese per ognuno dei 130 abitanti).
Per le 54 azioni di sgombero forzato e un totale di 1200 Rom spostati da un punto all'altro della città invece, 2 milioni di euro.
Un vero e proprio sistema in cui operano ben 35 enti pubblici e privati con un personale di oltre 400 dipendenti, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non con bandi pubblici.
Che dire, un vero business, la loro gestione diventa una miniera d'oro.
Soltanto nel 2013, il comune di Roma ha speso per la "questione Rom" ben 24 milioni di euro. Un fiume incontrollato di denaro pubblico che non si traduce in benefici di inclusione sociale. La spesa viene fatta ogni anno per i campi nomadi, per i villaggi della solidarietà, per i centri di raccolta e sgomberi.
Per la gestione degli 8 villaggi della solidarietà 16 milioni di euro. Mentre per i 3 centri di raccolta 6 milioni di euro (a via Amarilli la spesa pro capite più alta con 906 euro al mese per ognuno dei 130 abitanti).
Per le 54 azioni di sgombero forzato e un totale di 1200 Rom spostati da un punto all'altro della città invece, 2 milioni di euro.
Un vero e proprio sistema in cui operano ben 35 enti pubblici e privati con un personale di oltre 400 dipendenti, che usufruiscono dei finanziamenti comunali per lo più attraverso affidamento diretto e non con bandi pubblici.
Che dire, un vero business, la loro gestione diventa una miniera d'oro.
venerdì 13 giugno 2014
BANCA MULTILATERALE DI SVILUPPO
Intervenendo alla Camera sul provvedimento che
prevede il rifinanziamento da 56 milioni di dollari - più di 41 milioni di euro
fino al 2017 - delle quote di pertinenza italiana della CDB (Banca di sviluppo
dei Caraibi) e alla Banca Interamericana di sviluppo - Carlo Sibilia ha
ricordato quali siano le partecipazione dell'Italia nei vari Fondi
multilaterali di sviluppo inseriti nella finanziaria del 2013.
"Oltre un miliardo per la
Banca mondiale, 156 milioni per il Fondo globale per l'ambiente, 319,8 milioni
per il Fondo africano di sviluppo, 127,6 milioni per il Fondo asiatico di
sviluppo, 58 milioni per il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, 4,75
milioni proprio per il Fondo speciale per lo sviluppo della Banca di Sviluppo
dei Caraibi. Banche che annovera tra i beneficiari noti paradisi fiscali come
le Bahamas, le Barbados, le Isole Cayman o le Isole Vergini Britanniche. Motivo
di queste ultime elargizioni e la richiesta di nuovo finanziamento da 56
milioni di dollari? Un valore simbolico elevato a favore del nuovo corso della
Banca. Peccato che poi, quando si cerca di destinare le stesse 'simboliche'
cifre agli alluvionati della Sardegna, ai terremotati dell'Emilia, ci siano
difficoltà non simboliche, ma difficoltà reali. E così gli italiani in situazioni
di emergenza si ritrovano sempre a bocca asciutta"
I fautori dell'economia liberista
criticano l'esistenza stessa di tale organismo, un organismo che - secondo tale
posizione - costa caro ai contribuenti senza,
però, portare a risultati certi; un organismo di stampo puramente politico che
rappresenta la negazione della capacità intrinseca del mercato di
auto-regolarsi.
C'è da aggiungere che a proposito della Banca di Sviluppo dei Caraibi, Venezuela e Paesi Bassi hanno deciso di non procedere al rifinanziamento perchè si sono resi conto che investire quei soldi nell'economia nazionale creerebbe più benefici. E l'Italia che fa? E' decisa nel riconfermare il rifinanziamento e addirittura prendersi le quote dei due paesi uscenti, investendo altro denaro nella Banca di Sviluppo dei Caraibi.
Ma che ruolo avrebbe questa struttura nell'economia di sviluppo dei Caraibi?
Ad esempio, a seguito della calamità naturale di Haiti, la CDB ha approvato un nuovo trasferimento di fondi, che ha consentito all'isola di usufruire di 245 milioni di dollari per far riprendere la popolazione in seguito al terremoto del 2010 che ha paralizzato l'intera economia caraibica. Ma come sono stati spesi questi soldi?
Il presidente aveva promesso che con parte di quei soldi (30 milioni di dollari) avrebbe costruito 400 abitazioni nuove in 100 giorni. Indagando, si scopre che non tutti i residenti di tale complesso sono vittime terremotate. Bensì molti sono dipendenti della Pubblica Amministrazione. Cioè hanno costruito un complesso residenziale per le vittime del terremoto, e chi ci va ad abitare? Dipendenti della Pubblica Amministrazione, probabilmente persone alle quale il presidente di Haiti doveva dei favori.
Scavando a fondo, si scopre come le case non siano per niente gratuite, per i terremotati neanche. Si deve pagare un mutuo di 5 anni a 36-45 dollari al mese, che non è un prezzo simbolico perchè rapportato alle condizioni economiche del posto è un signor mutuo. E nel contratto si scopre anche una clausola che prevede un aumento del 5% di interesse se per tre mesi consecutivi non si paga la rata mensile. E si potrebbe anche verificare lo sfratto.
Concludendo, l'Italia va a finanziare la Banca di Sviluppo, la Banca di Sviluppo fa questo progetto, crea le case per i terremotati e i terremotati vanno lì e si comprano la casa pagando un mutuo. Non ha senso allora investire in questo tipo di Banca. Si fa del bene soltanto alla Banca che può prenderci anche gli interessi sopra. Anche perchè lo stesso Fondo di Assistenza all'Economia e al Sociale conferma che oltre il 30% delle persone che vivono in queste case da novembre, non riesce a pagare il mutuo. Quindi sono a rischio sfratto.
La banca multilaterale di sviluppo Caraibica ne è solo un esempio. La sostanza è che si continuano a foraggiare delle Banche private e a sprecare tanti soldi pubblici in favore di pochi che ne beneficieranno. A discapito di tutti i cittadini italiani.
giovedì 12 giugno 2014
RADIO DI PARTITO E SOLDI PUBBLICI
Radio Città Futura è un'emittente radiofonica fondata a Roma nel 1975. E' una delle sette radio italiane che fanno direttamente riferimento a un partito o a un movimento politico. (in questo caso PD)
Nel 2008 ha percepito dal Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri un contributo di 2.113.139,80 euro (2,2 milioni nel 2007, 1,81 milioni nel 2006, 1,71 milioni nel 2005).
Secondo un articolo apparso sul Corriere della Sera, in sei anni Radio Città Futura avrebbe incassato dallo Stato oltre 10 milioni di euro.
Ci sono 7 radio di partito che continuano a percepire soldi pubblici. NOSTRI. Dal canto nostro invece possiamo solo mettere in fila le aride cifre: dal 2003 al 2011 in totale sono stati assegnati ben 88.887.128,00 euro (quasi 89 milioni di euro), e altri soldi continueranno ad arrivare perché lo Stato deve ancora versare i contributi già previsti per l’anno passato e per quello in corso.
http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_index.html
Quanti tagli a cose inutili si potrebbero fare.. purtroppo non ci sono mai i soldi per i comuni esseri mortali, che continuano a sborsarne in tasse per far mangiare sempre di più pochissime persone.
Nel 2008 ha percepito dal Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri un contributo di 2.113.139,80 euro (2,2 milioni nel 2007, 1,81 milioni nel 2006, 1,71 milioni nel 2005).
Secondo un articolo apparso sul Corriere della Sera, in sei anni Radio Città Futura avrebbe incassato dallo Stato oltre 10 milioni di euro.
Ci sono 7 radio di partito che continuano a percepire soldi pubblici. NOSTRI. Dal canto nostro invece possiamo solo mettere in fila le aride cifre: dal 2003 al 2011 in totale sono stati assegnati ben 88.887.128,00 euro (quasi 89 milioni di euro), e altri soldi continueranno ad arrivare perché lo Stato deve ancora versare i contributi già previsti per l’anno passato e per quello in corso.
http://www.governo.it/DIE/dossier/contributi_editoria_index.html
Quanti tagli a cose inutili si potrebbero fare.. purtroppo non ci sono mai i soldi per i comuni esseri mortali, che continuano a sborsarne in tasse per far mangiare sempre di più pochissime persone.
IL FLUSSO DI VOTI (dati soggettivi)
È chiaro che il PD ha preso i suoi 2.600.000 voti in gran parte dalla coalizione di MONTI (3.600.000 voti), che non si è presentato alle europee. Tenendo presente che la lista TSIPRAS si può definire dello stesso bacino elettorale del PD, e a numeri sostituisce SEL. Sommando i due in una fantomatica coalizione di centrosinistra si arriva a 12.300.000 voti. Ovvero 2.250.000 voti in più rispetto alla coalizione del centrosinistra di un anno fa. Quindi i 3.600.000 voti di MONTI sono pure troppi, diciamo che la metà, 1.800.000 voti, li ha dati al PD e l'altra metà non ha votato.
Dei 6.300.000 votanti che si sono astenuti, 1.800.000 voti sono dei MONTIANI. ( 4.500.000)
Passando al vecchio centrodestra, i voti erano 9.925.000.
Canalizzando i voti di F.I., NCD, LEGA, F.D.I., si arriva a 8.500.000 voti. Questo 1.500.000 di voti molto probabilmente è andato tutto al PD. Che salirebbe oltre la quota di 11.200.000 voti di 1 milione di voti. Paradossalmente il PD,che ha stracciato tutti a queste elezioni, seguendo i numeri ha comunque perso più di un milione di potenziali elettori.
Il partito di INGROIA probabilmente è andato a rimpinguare ulteriormente il PD, come nel caso dei MONTIANI, facciamo di un 50%. Quindi 350.000 voti in più, e altrettanti astenuti.
Ricapitolando, 6.300.000 astenuti, meno 1.800.000 voti di MONTI, meno 350.000 voti di INGROIA, meno oltre 1.000.000 che non hanno votato PD ma nessun altro = 3.000.000 di elettori non votanti che mancano all'appello.
Coloro i quali non hanno confermato il voto al M5S sono 2.900.000. Ė dubito seriamente che, chi vota M5S, possa tornare a votare per un partito diverso. Anche se ai 3.000.000 di voti mancanti, sottraendo i 2.900.000 voti del M5S, mancano su per giù 100.000 voti. Ecco. Eccolo! ECCOLOOO!!! Il mega flusso di voti che il PD ha rubato dal bacino elettorale dei cattivissimi grillini! 100.000 voti.
100.000 voti.
Grazie per l'attenzione.
Dei 6.300.000 votanti che si sono astenuti, 1.800.000 voti sono dei MONTIANI. ( 4.500.000)
Passando al vecchio centrodestra, i voti erano 9.925.000.
Canalizzando i voti di F.I., NCD, LEGA, F.D.I., si arriva a 8.500.000 voti. Questo 1.500.000 di voti molto probabilmente è andato tutto al PD. Che salirebbe oltre la quota di 11.200.000 voti di 1 milione di voti. Paradossalmente il PD,che ha stracciato tutti a queste elezioni, seguendo i numeri ha comunque perso più di un milione di potenziali elettori.
Il partito di INGROIA probabilmente è andato a rimpinguare ulteriormente il PD, come nel caso dei MONTIANI, facciamo di un 50%. Quindi 350.000 voti in più, e altrettanti astenuti.
Ricapitolando, 6.300.000 astenuti, meno 1.800.000 voti di MONTI, meno 350.000 voti di INGROIA, meno oltre 1.000.000 che non hanno votato PD ma nessun altro = 3.000.000 di elettori non votanti che mancano all'appello.
Coloro i quali non hanno confermato il voto al M5S sono 2.900.000. Ė dubito seriamente che, chi vota M5S, possa tornare a votare per un partito diverso. Anche se ai 3.000.000 di voti mancanti, sottraendo i 2.900.000 voti del M5S, mancano su per giù 100.000 voti. Ecco. Eccolo! ECCOLOOO!!! Il mega flusso di voti che il PD ha rubato dal bacino elettorale dei cattivissimi grillini! 100.000 voti.
100.000 voti.
Grazie per l'attenzione.
POCKET MONEY E PREFETTURE
Ieri 150 migranti si sono sdraiati sulla via Tiberina, bloccando il traffico dalle 7 alle 8 di mattina. Hanno protestato per chiedere condizioni di vita da esseri umani e per le modalità di erogazione del pocket money. Ovvero una diaria da 2,50 euro che la Prefettura ha in appalto.
I 150 migranti rappresentano 758 persone del Cara Vincenzo Lutrelli.
Persone che non ricevono la diaria da tempo.
E allora facciamoci due calcoli.
758 persone x 2,50 euro = 1.895 euro al giorno
1895 al giorno x 30 giorni = 56.850 euro al mese
56.850 al mese x 12 mesi = 682.200 euro all'anno
682.200 Euro pubblici che la Prefettura riserva a questa struttura. E se i migranti protestano, chissà chi beneficierá di tutti questi soldi all'anno. E chissà da quanti anni va avanti questa storia. E chissà soltanto a Roma quante strutture del genere ci sono. E vabbè..
I 150 migranti rappresentano 758 persone del Cara Vincenzo Lutrelli.
Persone che non ricevono la diaria da tempo.
E allora facciamoci due calcoli.
758 persone x 2,50 euro = 1.895 euro al giorno
1895 al giorno x 30 giorni = 56.850 euro al mese
56.850 al mese x 12 mesi = 682.200 euro all'anno
682.200 Euro pubblici che la Prefettura riserva a questa struttura. E se i migranti protestano, chissà chi beneficierá di tutti questi soldi all'anno. E chissà da quanti anni va avanti questa storia. E chissà soltanto a Roma quante strutture del genere ci sono. E vabbè..
IL FLUSSO DI VOTI (dati oggettivi)
Vorrei esaminare il flusso di voti che si è verificato nel giro di un anno, dalle politiche alle europee.
Un anno fa i principali partiti avevano preso, arrotondati:
PD = 8.650.000 voti (coalizione centrosinistra = 10.050.000)
PDL= 7.330.000 voti (coalizione centrodestra = 9.925.000)
M5S = 8.690.000 voti
MONTI = 3.600.000 voti
INGROIA = 765.000 voti
In questi dati bisogna ricordare per correttezza, nel centrosinistra:
SEL = 1.100.000 voti
Nel centrodestra:
LEGA = 1.400.000 voti
Fratelli D'Italia = 665.000 voti
Il numero di votanti complessivo è stato di 35.270.000.
http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=C&dtel=24%2F02%2F2013&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S
Ad un anno e tre mesi dalle politiche, quindi alle europee, i principali partiti hanno preso:
PD = 11.200.000 voti ( +2.600.000 voti)
I due partiti qui sotto si sono sciolti dal PDL:
FORZA ITALIA = 4.600.000 voti
NCD = 1.200.000 voti
Che sommati fanno 5.800.000 di voti ( - 1.650.000 voti)
M5S = 5.800.000 voti ( - 2.900.000 voti)
LEGA = 1.690.000 voti ( + 290.000 voti)
Fratelli D'Italia = 1.000.000 voti ( + 340.000 voti)
TSIPRAS = 1.100.000 voti (non presente alle politiche)
Il numero dei votanti complessivi è stato di 28.990.000. (-6.300.000 voti )
http://elezioni.interno.it/europee/scrutini/20140525/EX0.htm
E qui sta il punto: quali partiti hanno perso questi 6.300.000 elettori che non hanno votato?
Un anno fa i principali partiti avevano preso, arrotondati:
PD = 8.650.000 voti (coalizione centrosinistra = 10.050.000)
PDL= 7.330.000 voti (coalizione centrodestra = 9.925.000)
M5S = 8.690.000 voti
MONTI = 3.600.000 voti
INGROIA = 765.000 voti
In questi dati bisogna ricordare per correttezza, nel centrosinistra:
SEL = 1.100.000 voti
Nel centrodestra:
LEGA = 1.400.000 voti
Fratelli D'Italia = 665.000 voti
Il numero di votanti complessivo è stato di 35.270.000.
http://elezionistorico.interno.it/index.php?tpel=C&dtel=24%2F02%2F2013&tpa=I&tpe=A&lev0=0&levsut0=0&es0=S&ms=S
Ad un anno e tre mesi dalle politiche, quindi alle europee, i principali partiti hanno preso:
PD = 11.200.000 voti ( +2.600.000 voti)
I due partiti qui sotto si sono sciolti dal PDL:
FORZA ITALIA = 4.600.000 voti
NCD = 1.200.000 voti
Che sommati fanno 5.800.000 di voti ( - 1.650.000 voti)
M5S = 5.800.000 voti ( - 2.900.000 voti)
LEGA = 1.690.000 voti ( + 290.000 voti)
Fratelli D'Italia = 1.000.000 voti ( + 340.000 voti)
TSIPRAS = 1.100.000 voti (non presente alle politiche)
Il numero dei votanti complessivi è stato di 28.990.000. (-6.300.000 voti )
http://elezioni.interno.it/europee/scrutini/20140525/EX0.htm
E qui sta il punto: quali partiti hanno perso questi 6.300.000 elettori che non hanno votato?
lunedì 9 giugno 2014
RAPPORTO ANNUALE ISTAT 2014
http://www.istat.it/it/files/2014/05/Rapporto-annuale-2014.pdf
Ieri l'Istat ha pubblicato il Rapporto Annuale 2014 sulla situazione del paese. Leggerlo tutto è da pazzi, ma lo si fa volentieri in alcuni casi.
Vorrei soffermare l'attenzione su due questioni principali, strettamente collegate fra loro.
Reddito minimo garantito
Importo mensile dei redditi pensionistici.
L'Istat propone caldamente al governo italiano di omologare l'Italia alle direttive europee che impongono di introdurre un sussidio monetario per le povere o a rischio povertà, che costerebbe un piano di finanziamento di 15.5 miliardi di euro.
La proposta dell'Istat si sovrappone quasi totalmente alla proposta di modifica n.7.0.1. al DDL 1120 prima firmataria Catalfo, ovvero il reddito di cittadinanza tanto promosso dal M5S. Ma tanto bocciato dal Governo.
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emendc&leg=17&id=724435&idoggetto=748715
Nel documento dell'ISTAT del 28 maggio 2014 viene affrontato anche il tema delle pensioni. Una semplice tabella descrive come al vertice di una piramide, 210.000 pensionati usufruiscono di un totale di 16.9 miliardi di euro e 690.000 pensionati prendono in tutto 30.3 miliardi di euro. Tutti questi pensionati, con pensioni di oltre 3000 euro al mese.
Alla base di questa piramide ci sono 2.205.000 pensionati, che prendono in totale 7.5 miliardi.
Facendo due calcoli, il primo gruppo costa 47 miliardi di euro. Il reddito di cittadinanza, o reddito minimo garantito (per non usare un termine pentastellato) costa 15.5 miliardi di euro.
Per eliminare dallo stato di povertà o rischio povertà milioni di famiglie italiane, basterebbe tagliare di meno di un terzo tutte le pensioni dei pensionati sopra i 3000 euro.
Di meno di un terzo tutte le pensioni over 3000 euro. Di meno di un terzo.
Ieri l'Istat ha pubblicato il Rapporto Annuale 2014 sulla situazione del paese. Leggerlo tutto è da pazzi, ma lo si fa volentieri in alcuni casi.
Vorrei soffermare l'attenzione su due questioni principali, strettamente collegate fra loro.
Reddito minimo garantito
Importo mensile dei redditi pensionistici.
L'Istat propone caldamente al governo italiano di omologare l'Italia alle direttive europee che impongono di introdurre un sussidio monetario per le povere o a rischio povertà, che costerebbe un piano di finanziamento di 15.5 miliardi di euro.
La proposta dell'Istat si sovrappone quasi totalmente alla proposta di modifica n.7.0.1. al DDL 1120 prima firmataria Catalfo, ovvero il reddito di cittadinanza tanto promosso dal M5S. Ma tanto bocciato dal Governo.
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emendc&leg=17&id=724435&idoggetto=748715
Nel documento dell'ISTAT del 28 maggio 2014 viene affrontato anche il tema delle pensioni. Una semplice tabella descrive come al vertice di una piramide, 210.000 pensionati usufruiscono di un totale di 16.9 miliardi di euro e 690.000 pensionati prendono in tutto 30.3 miliardi di euro. Tutti questi pensionati, con pensioni di oltre 3000 euro al mese.
Alla base di questa piramide ci sono 2.205.000 pensionati, che prendono in totale 7.5 miliardi.
Facendo due calcoli, il primo gruppo costa 47 miliardi di euro. Il reddito di cittadinanza, o reddito minimo garantito (per non usare un termine pentastellato) costa 15.5 miliardi di euro.
Per eliminare dallo stato di povertà o rischio povertà milioni di famiglie italiane, basterebbe tagliare di meno di un terzo tutte le pensioni dei pensionati sopra i 3000 euro.
Di meno di un terzo tutte le pensioni over 3000 euro. Di meno di un terzo.
PROGRAMMA EUROPEO UKIP
Soltanto lasciando l'Unione Europea, fermeremo il processo di demolizione causato dai Conservatori e dai Liberali.
- TAGLIANDO E CONTROLLANDO L'IMMIGRAZIONE
Soltanto fuori dall'UE, possiamo controllare i nostri confini e decidere chi possa entrare e restare a vivere e lavorare nel Regno Unito. Le regole dell'UE ci fermano dal fare questo.
- RIDUZIONE DELLA PRECARIETÀ ENERGETICA
Fuori dall'UE, noi possiamo abbattere i costi energetici che aggiungono ai costi della famiglia britannica bollette sempre più alte di luce e gas. L'UE ci impone di andare a investire nelle energie rinnovabili quali vento e luce solare, tassando in misure eccessive le altre energie.
- REGOLAMENTAZIONE AGILE PER PICCOLE AZIENDE
Soltanto il 5% delle aziende britanniche esporta i prodotti in Europa. Perché quindi il 100% delle aziende dovrebbero essere regolamentate dall'Unione Europea? Soltanto fuori dall'UE noi possiamo regolamentare in modo più flessibile le nostre piccole aziende.
- NESSUN DIRITTO DI VOTO AI CARCERATI
La corte europea di diritti umani con il trattato di Lisbona costringe ogni membro dell'UE a garantire il voto ai prigionieri. Impedisce anche ai terroristi arrestati di essere espulsi dal territorio. Lasciando l'Europa e la corte europea dei diritti umani, garantiremo leggi sui diritti umani più eque.
- RIVENDICHIAMO LE NOSTRE ACQUE
Durante il corso degli anni, le comunità litoranee del Regno Unito hanno perso migliaia di posti di lavoro a causa della Polizza di Pesca Comune dell'EU. È stato un disastro ambientale. Fuori dell'EU, noi vogliamo recuperare le nostre acque territoriali, rianimando le nostre città di pesca e porti.
- SALVIAMO I SOLDI DEI CONTRIBUENTI
L'EU costa al Regno Unito 55 milioni di sterline al giorno. Come il più grande cliente dell'EU, noi siamo in una posizione incredibilmente forte per negoziare un'uscita amichevole. I risparmi al contribuente sarebbero enormi.
- CASE LOCALI PER FAMIGLIE LOCALI
UKIP darà precedenza di alloggi per quelli con genitori e nonni nati localmente, premendo su un nuovo programma di edilizia sociale.
- UN SERVIZIO DI CURA NAZIONALE, NON INTERNAZIONALE
È importante che ogni cittadino britannico nel Regno Unito abbia accesso alle cure mediche e gratis. I Turisti e gli immigrati nel Regno Unito devono mostrare delle prove di assicurazione contro le malattie come una condizione di entrata nel Regno Unito.
- COMMERCIO GLOBALE
Fuori dall'UE, noi possiamo negoziare le nostre proprie quantità commerciali, e siamo in una posizione più forte, non dovendo sottostare a regole europee sulle quantità dei beni che decidiamo di esportare o importare.
-BENZINA E DIESEL PIÙ CONVENIENTI
UKIP cercherà ridurre le tasse sui combustibile e ridurre la disparità in prezzo tra diesel e benzina. La tassa sul combustibile è troppo alta e questo ha rallentato l'economia.
- TAGLIANDO E CONTROLLANDO L'IMMIGRAZIONE
Soltanto fuori dall'UE, possiamo controllare i nostri confini e decidere chi possa entrare e restare a vivere e lavorare nel Regno Unito. Le regole dell'UE ci fermano dal fare questo.
- RIDUZIONE DELLA PRECARIETÀ ENERGETICA
Fuori dall'UE, noi possiamo abbattere i costi energetici che aggiungono ai costi della famiglia britannica bollette sempre più alte di luce e gas. L'UE ci impone di andare a investire nelle energie rinnovabili quali vento e luce solare, tassando in misure eccessive le altre energie.
- REGOLAMENTAZIONE AGILE PER PICCOLE AZIENDE
Soltanto il 5% delle aziende britanniche esporta i prodotti in Europa. Perché quindi il 100% delle aziende dovrebbero essere regolamentate dall'Unione Europea? Soltanto fuori dall'UE noi possiamo regolamentare in modo più flessibile le nostre piccole aziende.
- NESSUN DIRITTO DI VOTO AI CARCERATI
La corte europea di diritti umani con il trattato di Lisbona costringe ogni membro dell'UE a garantire il voto ai prigionieri. Impedisce anche ai terroristi arrestati di essere espulsi dal territorio. Lasciando l'Europa e la corte europea dei diritti umani, garantiremo leggi sui diritti umani più eque.
- RIVENDICHIAMO LE NOSTRE ACQUE
Durante il corso degli anni, le comunità litoranee del Regno Unito hanno perso migliaia di posti di lavoro a causa della Polizza di Pesca Comune dell'EU. È stato un disastro ambientale. Fuori dell'EU, noi vogliamo recuperare le nostre acque territoriali, rianimando le nostre città di pesca e porti.
- SALVIAMO I SOLDI DEI CONTRIBUENTI
L'EU costa al Regno Unito 55 milioni di sterline al giorno. Come il più grande cliente dell'EU, noi siamo in una posizione incredibilmente forte per negoziare un'uscita amichevole. I risparmi al contribuente sarebbero enormi.
- CASE LOCALI PER FAMIGLIE LOCALI
UKIP darà precedenza di alloggi per quelli con genitori e nonni nati localmente, premendo su un nuovo programma di edilizia sociale.
- UN SERVIZIO DI CURA NAZIONALE, NON INTERNAZIONALE
È importante che ogni cittadino britannico nel Regno Unito abbia accesso alle cure mediche e gratis. I Turisti e gli immigrati nel Regno Unito devono mostrare delle prove di assicurazione contro le malattie come una condizione di entrata nel Regno Unito.
- COMMERCIO GLOBALE
Fuori dall'UE, noi possiamo negoziare le nostre proprie quantità commerciali, e siamo in una posizione più forte, non dovendo sottostare a regole europee sulle quantità dei beni che decidiamo di esportare o importare.
-BENZINA E DIESEL PIÙ CONVENIENTI
UKIP cercherà ridurre le tasse sui combustibile e ridurre la disparità in prezzo tra diesel e benzina. La tassa sul combustibile è troppo alta e questo ha rallentato l'economia.
NIGEL FARAGE
È un politico britannico, leader dell'UKIP. Alle elezioni europee del Regno Unito, il suo partito è risultato primo con oltre il 31% di elettori.
In Europa, Nigel Farage è un personaggio che conoscono bene. Deputato europeo, era nella scorsa legislatura co-presidente del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia dal 1º luglio 2009.
Quindi da 5 anni presente nel parlamento europeo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Nigel_Farage
SOVRANITÀ NAZIONALE
Le battaglie europee di Nigel Farage sono sempre state in difesa delle sovranità nazionali.
Il 16 novembre 2011 ha denunciato, al parlamento europeo, ciò che ritiene essere il ribaltamento dei governi italiano e greco, per instaurare "Puppet Government", cioè governi fantoccio, accusando, tra gli altri, il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy di non essere mai stato eletto per rappresentare 500 milioni di persone .
Il 13 giugno 2012, in un suo intervento al Parlamento Europeo, Nigel Farage ha duramente criticato la manovra di aiuti al sistema bancario spagnolo, definendo, tra le varie cose, il premier spagnolo Mariano Rajoy un incompetente, e ha concluso il proprio discorso affermando che “l'Euro Titanic ha ormai colpito l'iceberg” e che “non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio”.
FARAGE IN EUROPA: EFD (2009-2014)
Il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (in inglese: The Europe of Freedom and Democracy Group, EFD) è un gruppo politico del Parlamento europeo nato il 1º luglio 2009, formato da partiti con un programma politico contrario al centralismo burocratico dell'Unione Europea.
http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Europa_della_Libertà_e_della_Democrazia
Il gruppo ha avuto due copresidenti, Nigel Farage (UKIP) e Francesco Speroni (Lega Nord) che corrispondevano alle due delegazioni più importanti del gruppo (13 e 9 deputati europei). In tutto "Europa della Libertà e della Democrazia" contava tra il 2009-2014, 32 eurodeputati da 10 Stati membri.
http://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_per_un%27Europa_della_Libertà_e_della_Democrazia
Il 22 maggio 2013 il gruppo sospende ed espelle il 3 giugno seguente l'on. Mario Borghezio della Lega Nord, per le frasi razziste pronunciate contro il Ministro dell'Integrazione del Governo Italiano, Cécile Kyenge.
FARAGE IN EUROPA (2014-2019)
Dopo che la LEGA NORD ha ufficializzato l'alleanza europea con il FRONT NATIONAL di Marine Le Pen, il gruppo europeo rappresentato da Farage ha perso 9 euro deputati.
In questo momento si sta parlando di un accordo tra gli UKIP e il M5S per formare un nuovo gruppo politico europeo.
In Europa, Nigel Farage è un personaggio che conoscono bene. Deputato europeo, era nella scorsa legislatura co-presidente del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia dal 1º luglio 2009.
Quindi da 5 anni presente nel parlamento europeo.
http://it.wikipedia.org/wiki/Nigel_Farage
SOVRANITÀ NAZIONALE
Le battaglie europee di Nigel Farage sono sempre state in difesa delle sovranità nazionali.
Il 16 novembre 2011 ha denunciato, al parlamento europeo, ciò che ritiene essere il ribaltamento dei governi italiano e greco, per instaurare "Puppet Government", cioè governi fantoccio, accusando, tra gli altri, il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy di non essere mai stato eletto per rappresentare 500 milioni di persone .
Il 13 giugno 2012, in un suo intervento al Parlamento Europeo, Nigel Farage ha duramente criticato la manovra di aiuti al sistema bancario spagnolo, definendo, tra le varie cose, il premier spagnolo Mariano Rajoy un incompetente, e ha concluso il proprio discorso affermando che “l'Euro Titanic ha ormai colpito l'iceberg” e che “non ci sono abbastanza scialuppe di salvataggio”.
FARAGE IN EUROPA: EFD (2009-2014)
Il Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia (in inglese: The Europe of Freedom and Democracy Group, EFD) è un gruppo politico del Parlamento europeo nato il 1º luglio 2009, formato da partiti con un programma politico contrario al centralismo burocratico dell'Unione Europea.
http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Europa_della_Libertà_e_della_Democrazia
Il gruppo ha avuto due copresidenti, Nigel Farage (UKIP) e Francesco Speroni (Lega Nord) che corrispondevano alle due delegazioni più importanti del gruppo (13 e 9 deputati europei). In tutto "Europa della Libertà e della Democrazia" contava tra il 2009-2014, 32 eurodeputati da 10 Stati membri.
http://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_per_un%27Europa_della_Libertà_e_della_Democrazia
Il 22 maggio 2013 il gruppo sospende ed espelle il 3 giugno seguente l'on. Mario Borghezio della Lega Nord, per le frasi razziste pronunciate contro il Ministro dell'Integrazione del Governo Italiano, Cécile Kyenge.
FARAGE IN EUROPA (2014-2019)
Dopo che la LEGA NORD ha ufficializzato l'alleanza europea con il FRONT NATIONAL di Marine Le Pen, il gruppo europeo rappresentato da Farage ha perso 9 euro deputati.
In questo momento si sta parlando di un accordo tra gli UKIP e il M5S per formare un nuovo gruppo politico europeo.
PROGRAMMA POLITICO UKIP
PROGRAMMA POLITICO UKIP
Nigel Farage ha convinto la maggior parte dei votanti britannici a votare per gli UKIP attraverso il suo programma politico ben delineato in 6 punti.
1. REFERENDUM LOCALI
Le decisioni sociali di maggior importanza devono passare attraverso il voto popolare. Quindi, attraverso petizioni popolari che raggiungono il 5% della popolazione entro tre mesi, vengono messe sul tavolo politico questioni di interesse nazionale su richiesta dei cittadini britannici.
2. RIGUADAGNARE IL CONTROLLO SULLO SVILUPPO
L'edilizia, l'istruzione, la salute e i servizi sociali non possono affrontare un numero sempre più
numeroso di persone che vengono a cercare lavoro nel Regno Unito. Il governo britannico sta cavalcando l'onda dell'immigrazione soltanto dal punto di vista della casa, dando vita a numerosi complessi popolari per ospitare gli immigrati, senza poter garantire loro i servizi necessari di sopravvivenza.
3. SERVIZI PRIVILEGIATI PER I CITTADINI BRITTANNICI
Dobbiamo ridare priorità nei servizi essenziali come salute, casa, istruzione e servizi sociali ai cittadini locali. Nel prendere decisioni in merito, i cittadini britannici dovrebbero essere ascoltati e rispettati e non annullati e sorpassati.
4. GOVERNO PIÙ VICINO ALLE PERSONE
Noi offriremo incentivi per incoraggiare le imprese, per attrarre nuovi posti lavoro, rigenerando i centri delle città e sfruttando le proprietà vuote e inutilizzate.
5. SPESA DEI SOLDI NOSTRI A CASA NOSTRA
Stare nell'Unione Europea ci costa 55 milioni di sterline al giorno. E altri 23 milioni di sterline al giorno per aiutare gli immigrati che vengono dall'Europa. Non finanziando lavoro, servizi essenziali e benefici. Gli UKIP credono che questi soldi dovrebbero essere spesi per aiutare a ricostruire e ricoprire il nostro debito.
6. LOTTA CONTRO IL CRIMINE E I COMPORTAMENTI ANTI-SOCIALI
Il Regno Unito patisce un livello inaccettabile di criminalità e comportamenti anti sociali. Dovremo ispezionare il sistema andando ad aumentare le pene, espellere i criminali stranieri, dare più libertà alle forze di polizia contro atteggiamenti e comportamenti incivili.
Nigel Farage ha convinto la maggior parte dei votanti britannici a votare per gli UKIP attraverso il suo programma politico ben delineato in 6 punti.
1. REFERENDUM LOCALI
Le decisioni sociali di maggior importanza devono passare attraverso il voto popolare. Quindi, attraverso petizioni popolari che raggiungono il 5% della popolazione entro tre mesi, vengono messe sul tavolo politico questioni di interesse nazionale su richiesta dei cittadini britannici.
2. RIGUADAGNARE IL CONTROLLO SULLO SVILUPPO
L'edilizia, l'istruzione, la salute e i servizi sociali non possono affrontare un numero sempre più
numeroso di persone che vengono a cercare lavoro nel Regno Unito. Il governo britannico sta cavalcando l'onda dell'immigrazione soltanto dal punto di vista della casa, dando vita a numerosi complessi popolari per ospitare gli immigrati, senza poter garantire loro i servizi necessari di sopravvivenza.
3. SERVIZI PRIVILEGIATI PER I CITTADINI BRITTANNICI
Dobbiamo ridare priorità nei servizi essenziali come salute, casa, istruzione e servizi sociali ai cittadini locali. Nel prendere decisioni in merito, i cittadini britannici dovrebbero essere ascoltati e rispettati e non annullati e sorpassati.
4. GOVERNO PIÙ VICINO ALLE PERSONE
Noi offriremo incentivi per incoraggiare le imprese, per attrarre nuovi posti lavoro, rigenerando i centri delle città e sfruttando le proprietà vuote e inutilizzate.
5. SPESA DEI SOLDI NOSTRI A CASA NOSTRA
Stare nell'Unione Europea ci costa 55 milioni di sterline al giorno. E altri 23 milioni di sterline al giorno per aiutare gli immigrati che vengono dall'Europa. Non finanziando lavoro, servizi essenziali e benefici. Gli UKIP credono che questi soldi dovrebbero essere spesi per aiutare a ricostruire e ricoprire il nostro debito.
6. LOTTA CONTRO IL CRIMINE E I COMPORTAMENTI ANTI-SOCIALI
Il Regno Unito patisce un livello inaccettabile di criminalità e comportamenti anti sociali. Dovremo ispezionare il sistema andando ad aumentare le pene, espellere i criminali stranieri, dare più libertà alle forze di polizia contro atteggiamenti e comportamenti incivili.
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